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Chi non conosce
ancora i Sanctifica avrà con "Negative B", uscito nel
2002, una piacevolissima sorpresa. La sorpresa vestirà invece i
panni di un colpo basso per chi ha ascoltato il loro primo
full-length, "Spirit Of Purity" ed è rimasto estasiato dal
suo martellante, furioso e tecnico black. Il gruppo nel corso di
soli due anni e senza affrontare cambi di formazione ha infatti
abbandonato totalmente il suo vecchio stile passando dal black ad un
genere difficilmente classificabile per la mescolanza di così tante
influenze. Il loro è un death prog, che ricorda gli Opeth,
arricchito con elementi di extreme metal: elettronica tendente all'industrial
per la pesantezza del suono, sperimentazioni varie e qualche accenno
black. I Sanctifica offrono un diverso approccio anche dal
punto di vista vocale: è presente un'alternanza di voce pulita, ora
dolce ora più aggressiva, e death growl, che si dividono equamente
la scena, ma forse con una leggera predominanza di clean.
Apre il disco
Label: nei primi 50 secondi sarà difficile riconoscere la
voce di Hubertus Liljegren (che dopo questo album ha lasciato il
progetto Sanctifica entrando come chitarrista nei Crimson
Moonlight e collaborando con i Divinefire nelle parti in
growl) impegnata in insolite tonalità pulite; attacca poi con voce
death accompagnata da pesanti riff a cui si aggiungono il suono di
un flauto e melodici arpeggi di chitarra acustica. I 7:27 minuti di
Stardust inc. sono introdotti da note di basso che
aprono per la voce pulita del singer; alcuni accenni growl
ricordano, anche se molto da lontano, l'intensità di "Spirit Of
Purity". Da sottolineare gli ottimi backing vocals e uno squillo
di ricezione di un messaggio al cellulare (!): ebbene sì, una delle
tante sperimentazioni e stranezze del nuovo disco. Si arriva poi a
Nerve, uno dei migliori brani, in cui si avverte la
grande tecnica di esecuzione di questi ragazzi svedesi. La veloce
alternanza di ipnotici effetti tastieristici, pesanti riff e voce
death fa sì che il ritmo finalmente cresca di tono e di livello. Si
cambia ancora con delle dolci note di piano che vengono subito
stoppate da pesanti riffoni, i quali preparano la strada alla
tastiera con in sottofondo dei clap e uno schiocco di frusta (...)
Lavender è un brano certamente più cadenzato in tutti
i suoi 7:49 minuti, in cui emerge pienamente un sentimento di
tristezza e malinconia. Ottimi ancora i cori e le tastiere
black-oriented; a sorpresa troviamo anche degli accenni elettronici
che denotano tutta la originalità e varietà nel songwriting del
gruppo. In Epitaph si ritorna a ritmi più forsennati.
La voce growl, accompagnata dall'ottimo lavoro di Aron Engberg alle
tastiere, la fa ora da padrona conquistandosi pienamente la scena. A
chiudere delle distorsioni elettroniche, presenti anche a
conclusione dell'album, che mai avremmo pensato di trovare in un
album dei Sanctifica. Con Red alert ci si
mantiene sulle stesse ritmiche sostenute e forsennate fino a quando
torna la voce clean che sfocia poi nel parlato. Degli arpeggi di
chitarra acustica sembrano segnare la fine del brano che esplode
invece improvvisamente con il ritorno in scena di growling e pesanti
riff accompagnati dall'immancabile tastiera. Imprevedibili. A
conclusione l'ultima traccia Juxtapose, altro
gioiellino del disco, divisa in 3 parti, parti che possono
costituire in maniera autonoma singoli brani più brevi ma che
denotano (se ancora non fosse chiaro) la grande creatività nel
songwriting.
Se siete abituati
alle sonorità brutali del debut vi sentirete sicuramente traditi da
questo drastico cambio di direzione. Ma solo ai primi ascolti.
Rimettete l'album nello stereo (accantonando la tentazione di
rompere il cd!) senza alcun tipo di aspettativa o pregiudizio. Vi
saprà conquistare. A suo modo, ma certamente lo farà. A chi invece
il nome Sanctifica giunge del tutto nuovo, rimarrà
sorprendentemente colpito dal genio creativo del quintetto.
Ilaria Ricci |