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SANCTUM
Lupus In Fabula
 
 

 

SANCTUM
Let's Eat
industrial
2004 - Cold Meat Industry
(Svezia)
www.myspace.com/sanctumcrescenscollective

 

Rasentava la decade quel silenzioso limbo in cui gli strepitosi Sanctum di "Lupus In Fabula" parevano quasi come dissoltisi. Tra i fans più infiammati del progetto svedese quanti davvero speravano in un loro ritorno alla vita artistica? Ma la perseveranza di quei pochi è ora in trionfo: ben otto anni dopo quel piccolo capolavoro di gothic industriale è stato scritto un nuovo capitolo, "Let's Eat". La line-up perde le female vocals che sublimavano le conturbanti atmosfere decadenti del debut: una nuova singer è presente, ma la sua è una timbrica assai meno dark, confinata inoltre a limitati episodi. Quindi Håkan Paulsson, Jan Carleklev, Sara-Lo av Ekstram e Ulrika Carlsson: sono loro i quattro lati di un quadrilatero decisamente spigoloso nell'accentuazione delle componenti industrial ma altrettanto armonico in sé nelle lunghe distese oniriche condotte da tastiere, violini e viole. 

Ad introdurci nell'immaginario sonoro e cristianamente mistico di "Let's Eat" è Foodchain: contorsioni orfiche di synth che sfociano con palpitazione nell'industrial, una roca voce appena riecheggiante che condirà tutta l'opera, accenni di melodia, labirinti oscuri in cui perdersi poiché privati di una guida di luce; le percussioni si fanno più celeri e la distorsione selvaggia domina il finale. Un brano stupendo!, ma i 41 minuti di "Let's Eat" non si livelleranno su queste vette, e ciò lo prova subito la seguente, alterna, Lie low, viaggio gotico e sinfonico a tratti, sperimentale poi, travolto infine da ruvidità metalliche. La title-track Let's eat esordisce con un bel gioco di tastiere symphonic-oriented e violino: qui prevalgono le avvolgenti e fatiscenti atmosfere sulla rozzezza della metallicità sintetica. Senza cantato, è la song che più ricorda "Lupus In Fabula", e non a caso la migliore pagina dell'opera. A pose è ruvida, livida, ma anche minimale, con la voce femminile che finalmente si presenta, ma corre il rischio di essere fine a se stessa, soprattutto rispetto al mood agognato, che è per noi, memori, quello del vecchio sound dei Sanctum. La melodia, seppur molto vaga, c'è in När?; qui i rumori di synth divengono quasi violenti. A Shut up invece non manca certo l'ambient soave, ma non cattura come dovrebbe, manca di quel certo appeal. Un gioco di chiaroscuro, di acceso-spento, di dolce e amaro, ma anche progressioni industrial ed addirittura il growl generano stati d'animo confusi...Shine è così un intreccio psichico inestricabile. Il giro armonico tastieristico ammalia in Sister, ove alcuni momenti si fanno anche foschi, ma ove ancora il synth imita quasi i fiati. Plumbee e colme d'inquietudine sono le prime note in Let's play: i synth saranno opprimenti ma ci sarà spazio anche per un delicato riff, quasi cullante. Distorsioni, tastiere buie, sinfonie di viola e polifonie distorte: questa è la conclusiva A-part.

La timbrica vocale, tirando le somme, non convince fino a piacere; l'assenza di una costante e pura goticità femminile - protagonista indiscussa e coronata nel debut - crea nell'immediato un incolmabile senso di assenza, che tuttavia si compensa con gli ascolti; le atmosfere eteree perdono la sfida al primato emozionale con le deflagrazioni industrial, ma ciò è solo un male soggettivo. Pur essendo questo un buon album non siamo neanche prossimi all'eccellenza di "Lupus In Fabula" a mio avviso, ma i Sanctum si sono riaffacciati al mondo, e se decideranno di stabilircisi per un po' probabilmente genereranno altre stupite e stupende meraviglie.

Vaake

VOTO

82

 

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