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Rasentava la decade quel silenzioso limbo in cui
gli strepitosi Sanctum di "Lupus In Fabula" parevano quasi
come dissoltisi. Tra i fans più infiammati del progetto svedese quanti
davvero speravano in un loro ritorno alla vita artistica? Ma la perseveranza di
quei pochi è ora in trionfo: ben otto anni dopo quel piccolo capolavoro
di gothic industriale è stato scritto un nuovo capitolo, "Let's Eat".
La line-up perde le female vocals che sublimavano le conturbanti
atmosfere decadenti del debut: una nuova singer è presente, ma la sua è
una timbrica assai meno dark, confinata inoltre a limitati episodi. Quindi Håkan Paulsson, Jan Carleklev, Sara-Lo av Ekstram e Ulrika Carlsson:
sono loro i quattro lati di un quadrilatero decisamente spigoloso
nell'accentuazione delle componenti industrial ma altrettanto armonico
in sé nelle lunghe distese oniriche condotte da tastiere, violini e viole.
Ad introdurci nell'immaginario sonoro e
cristianamente mistico di "Let's Eat" è Foodchain:
contorsioni orfiche di synth che sfociano con palpitazione
nell'industrial, una roca voce appena riecheggiante che condirà tutta
l'opera, accenni di melodia, labirinti oscuri in cui perdersi poiché
privati di una guida di luce; le percussioni si fanno più celeri e la
distorsione selvaggia domina il finale. Un brano stupendo!, ma i 41 minuti di
"Let's Eat" non si livelleranno su queste vette, e ciò lo prova
subito la seguente, alterna, Lie low, viaggio gotico e
sinfonico a tratti, sperimentale poi, travolto infine da ruvidità metalliche.
La title-track Let's eat esordisce con un bel gioco di
tastiere symphonic-oriented e violino: qui prevalgono le avvolgenti
e fatiscenti atmosfere sulla rozzezza della metallicità sintetica. Senza
cantato, è la song che più ricorda "Lupus In Fabula", e non a
caso la migliore pagina dell'opera. A pose è ruvida,
livida, ma
anche minimale, con la voce femminile che finalmente si presenta, ma corre il
rischio di essere fine a se stessa, soprattutto rispetto al mood
agognato, che è
per noi, memori, quello del vecchio sound dei Sanctum. La melodia, seppur molto vaga, c'è
in När?; qui i rumori di synth divengono quasi
violenti. A Shut up invece non manca certo l'ambient soave, ma
non cattura come dovrebbe, manca di quel certo appeal. Un gioco di chiaroscuro, di
acceso-spento, di dolce e amaro, ma anche progressioni industrial ed addirittura
il growl generano stati d'animo confusi...Shine è così un
intreccio psichico inestricabile. Il giro armonico tastieristico ammalia
in Sister, ove alcuni momenti si fanno anche foschi, ma
ove ancora il synth imita quasi i fiati. Plumbee e colme d'inquietudine
sono le prime
note in Let's play: i synth saranno opprimenti ma ci
sarà spazio anche per un delicato riff, quasi cullante. Distorsioni,
tastiere buie, sinfonie di viola e polifonie distorte: questa è la
conclusiva A-part.
La timbrica vocale, tirando le somme, non convince
fino a piacere; l'assenza di una costante e pura goticità femminile -
protagonista indiscussa e coronata nel debut - crea nell'immediato un incolmabile senso
di assenza, che tuttavia si compensa con gli ascolti; le atmosfere eteree perdono la sfida al primato emozionale
con le deflagrazioni industrial, ma ciò è solo un male soggettivo. Pur
essendo questo un buon album non siamo neanche prossimi all'eccellenza
di "Lupus
In Fabula" a mio avviso, ma i Sanctum si sono riaffacciati
al mondo, e se decideranno di stabilircisi per un po' probabilmente
genereranno altre stupite e stupende meraviglie.
Vaake
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