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Sono trascorsi
ben dieci anni dalla pubblicazione di "Lupus In Fabula", primo
full-length di questo gruppo svedese, ma il tempo non ha minimamente
intaccato il suo indubbio valore. 64 minuti suddivisi in 15 brani di
un industrial arricchito da un sound spiccatamente gothic, momenti
più propriamente ambient e da orchestrazioni classicheggianti. I Sanctum
si formano nel 1994 dall’incontro di Jan CarleKlev (chitarra e
tastiera) e di Hakan Paulsson (vocalist). Al duo si aggiungono in
seguito la singer Lena Robert e Marika Ljunberg (clavicembalo) che
però abbandonerà il progetto nel 2001. L’album in
questione offre un'elevata intensità strumentale cui si aggiunge la
più che buona prova dei due singer. I loro stili così diversi
rispecchiano pienamente il tipo di sound che il gruppo propone:
suoni duri, ruvidi, sofferti, quelli tipicamente industrial, in cui
spicca il growl effettato di Hakan, alternati a momenti riflessivi,
dolci e sognanti ove la protagonista indiscussa è l’eterea e
versatile voce della singer accompagnata da tastiere, clavicembalo e
oboe. Questo continuo inseguirsi, riprendersi e intrecciarsi di
suoni così diversi fa sì che questi brani penetrino nell’animo,
creando una sognante e rilassante atmosfera.
L'opener
Dragonfly inizia con sinfoniche note di synth e l’intensa
voce femminile, che ci dà il benvenuto, cui fa seguito un'esplosione
industrial carica di pathos e arricchita nella seconda parte da un
sofferente growl e da momenti orientaleggianti.
La cristianità del gruppo è già da qui subito dichiarata: "The
dragonfly never asks / where it came from / it just flies above the
creek / enjoying every moment of existence / in the eyes of God / our
lives are worth no more / than the life of an insect / so let's fly
above the creek of life / like the dragon flies / in the eyes of God".
Di
diverso stampo è invece In two minds, cupa, tetra,
contraddistinta da suoni duri e metallici: il risultato sembra
essere un'alternanza di luci e ombre con una netta prevaricazione di
queste ultime. A seguire una breve traccia strumentale, Little
scamp with horns, e la bellissima Juniper dream,
forse la perla del disco. Qui si ritorna ad atmosfere
maggiormente sognanti e sinfoniche. Rumore del vento, note di
flauto, un ritmo in crescendo scandito dall’entrata in scena delle
percussioni, fino al cantato in unisono dei due singer: "faith is
all you need / it's all you need to say a prayer / raise your arms and
let yourself be taken".
Un suono di synth dapprima duro e
metallico si apre ad effetti tasteristici sinfonici in Inner
sanctum in cui la voce femminile si fa più aggressiva e
decisa. La ritroveremo così anche in Nightmare. Con
Decay ci sono invece in primo piano e per la prima volta
(che sarà anche l’ultima) chitarre distorte con dei pesanti riff,
per il pezzo più aggressivo del lotto. Si gira pagina con
Crescens per trovarci nuovamente in un'atmosfera sognante
creata dal synth su cui si inserisce quasi in punta di piedi la
tastiera che via via prende sempre più spazio. In The door
abbiamo delle incantevoli soluzioni melodiche, in Too real
un intro quasi epicheggiante, in Too close il ritmo
angoscioso e trascinante viene aumentato dal cantato in un soffuso
growl, Envy propone invece un incessante ed
entusiasmante alternarsi di ritmo, toni e sensazioni. Abbiamo finora
incontrato una grande varietà di soluzioni sonore senza mai cadere
nell’abisso della noia. E l’album ancora non è finito: alla
strumentale Salvation segue la metallica Remorse
di cui può essere considerata la seconda parte. A chiudere la
bellissima Closing. L’album
compatto ma dalle diverse sfaccettature combina magnificamente suoni
foschi, tetri, goticheggianti ad altri più lucenti, meditativi e
romantici. Un must del genere.
Ilaria Ricci |