|
Ed eccoci a presentare questa produzione degli statunitensi
Saviour Machine; quella che potremmo definire "produzione
primiginea" (preceduta solamente dai due album omonimi "Saviour
Machine" e "Saviour Machine II"). Il disco è aperto da un
intro epico, è l’inizio, l’inizio della fine, un incedere marziale
di timpano fa da sottofondo ad incrociati fraseggi di tastiere.
"I saw a lamb standing
As though it had been slain;
Seven horns and seven eyes remain.
The Son of man, the first born of the dead;
Knowledge will pass through Him
In a veil bound in ashes".
Questo è l’inizio della leggenda, la leggenda che i
Saviour Machine intraprendono con questo primo capitolo della loro
trilogia sull’apocalisse. Il disco è sostanzialmente un mix di symphonic
metal ed epic metal con piccoli sprazzi di gothic, che unisce sonorità
tipiche della musica classica e sinfonica alle atmosfere plumbee e
gotiche di una "fine del mondo" che si rispetti. L’epicentro di questa
produzione è certamente da ricercarsi, oltre che nelle tematiche,
nell’estrema melodicità del sound proposto. La chitarra elettrica fa la
sua comparsa solo nella 4° traccia e sempre come sottofondo al
pianoforte e alle tastiere, il cantato spazia da tonalità baritonali ad
acuti dal sapore vagamente power metal, senza mai abbandonare, però, una
struggente vena di sofferenza che il cantante inserisce in ogni singola
nota. L’album è quindi sofferente, sofferente ma, allo stesso tempo,
aulico ed epico, quasi ad evocare il ritorno del Salvatore che in cambio
della sofferenza del cuore, dona la salvezza a chi crede in Lui. E'
proprio questa aulicità a far comprendere come la band sia riuscita in
pieno a trasmettere il proprio pensiero ed il proprio "sentire"
attraverso la propria musica e la propria arte.
Stupisce, certamente, l’estrema fedeltà con cui i testi e
le tematiche trattate si adattino alla melodia; l’opera ripercorre
fedelmente le tappe dell’apocalisse, rendendosi più "aggressiva" o più
"melodica" a seconda che si tratti dell’avvento della bestia (The
Beast) o dell’anticristo (Antichrist I),
invece che dell’Agnello (The Lamb).
Nonostante l’estrema attenzione alla parte testuale ed a quella
melodica, il disco sembra non decollare mai, bisogna attendere la
traccia numero 11 Gog: The kings of the north
per sentire la vena metal della band venire fuori. Tutto l’album è
eccessivamente pervaso da sonorità sinfoniche, producendo sì un alone
epico di grande effetto ma, allo stesso tempo, relegando le chitarre e
la batteria ad un ruolo di mero accompagnamento. Nel complesso questo
primo capitolo della trilogia può dirsi un album discreto, adatto agli
amanti delle sonorità epiche ma, soprattutto, a chi non disdegna un buon
connubio tra orchestra e chitarre elettriche. Un disco complesso che,
nonostante la superba progressione sonora che produce brano dopo brano,
avrebbe potuto risultare eccellente se non si fosse adagiato troppo su
sonorità a tratti statiche ed eccessivamente ridondanti.
Luca Sileni |