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Ed eccoci qui,
pronti per assaporare un nuovo album degli statunitensi Saviour
Machine, che con impegno e solerzia hanno deciso di espiare i loro
peccati impegnandosi nell’arduo compito di produrre "ad maiorem Dei
gloriam" il secondo capitolo del loro progetto "Legend" basato
sulle Scritture dell’apocalisse secondo San Giovanni. Ma basta ciance ed
entriamo subito nel vivo della questione, o meglio, di questo splendido
secondo lavoro della saga ideato, com’è ovvio e logico pensare, nella
forma "concept-album", dove ogni brano è consequenziale al precedente
come un susseguirsi di eventi, in stretta concatenazione tra loro.
Il brano iniziale,
The covenant non si fa attendere, e apre il sipario con maestosa
decadenza, Thomas Weinesto rompe il ghiaccio, con una batteria lenta e
cadenzata, scandendo il tempo che al mondo ancora resta, mentre trombe e
corali femminili, decisi ma sommessi, introducono l’ascoltatore alla
ieraticità dell’evento (per alcuni festoso per altri un po’ meno), dopo
quasi due minuti di questa gradevole intro strumentale, il buon Eric
Clayton, decide che è ora di farsi avanti, e l’intero brano acquista
passionalità e pateticità (nel senso etimologico del termine) grazie alla voce, morbida e grave del
cantante, che prende per mano l’ascoltatore accompagnandolo tra oscuri
presagi e gotici orizzonti. Ancora Clayton
utilizza la sua voce nel creare il pathos necessario, che predomina dai
due minuti in avanti della canzone, introducendo di tanto in tanto,
tratti epici, perfettamente in sintonia con l’ambiente goth/doom che
caratterizza gli artisti, ad essi si accompagnano corali maschili e
femminili con l’aggiunta di violini che voltano pagina lasciando le
atmosfere cupe per un altrettanto cupa ma più misteriosa atmosfera e
sonorità arabeggiante, da mille e una notte che continua, il tutto
scemando in dissolvenza, man mano che termina il brano; verso la fine
non manca la sorpresa (tratto epico) di rullate finali di batteria e
soli di chitarra che si fondono con l’atmosfera precedente. Così come è terminato
il primo brano, fa capolino il secondo, The whore of Babylon, anche
qui c’è utilizzo di strumenti folk orientali, il cantato lento e
cadenzato, da nenia si fa onirico ed evocativo, riportando l’ascoltatore
al significato di ciò che sta ascoltando, l’introspezione e la
drammaticità evocate dal brano la fanno da padrone. Clayton è a metà
canzone a tratti operistico, quasi un cantato-recitato, la batteria,
sebbene non copra la voce, si fa non più veloce, ma certo più decisa e
dura, in un crescendo si affianca il basso e i corali femminili danno il
tocco finale al pezzo.
La track numero tre
Legend II:I dal sibillino titolo, finge da interludio, ricordando che
seppur di matrice prettamente gothic, il gruppo è capace di inserire
come un perfetto tassello nel mosaico del concept anche le tonalità
epiche, e quindi come non apprezzare il malinconico violino e le
classicissime campane a morto (che abbiamo imparato ad apprezzare dagli
osannati Blind Guardian in "Imagination From The Other Side" ahh
l’epic!) che ivi si sprecano, mentre il cantato è in secondo piano, rituale
e sacrale, il narrato è sempre costante, fin quando l’atmosfera sale
creando un’aura pesante, introducendo al pezzo seguente. The
false prophet
si riallaccia perfettamente all’interludio (si può affermare che terzo e
quarto brano siano tutt’uno in realtà): il momento solista del cantante a
inizio brano è ricco di passionalità e dolore (il vecchio Eric non si
smentisce), coadiuvato dai brevi ma efficaci corali maschili; Van Hala
in primo tempo sommesso, ora da sfoggio di tecnica nel rievocare le
atmosfere tese e opprimenti con una buona tastiera usata sapientemente. Il violino si fa
melodico e la tastiera rafforza la batteria, sorreggendo il cantato di
tonalità più alta, terminando con la frase ripetuta nel cantato: "The Prophet has come", il profeta dunque giunge…ma profeta in quale nome? Eric e il resto della band lo svelano (purtroppo) nel brano successivo. Il brano
The mark of
the beast assume da subito i connotati di una mefitica marcia, la voce
pesantemente ritmata, oscura e paurosa, è accompagnata (tanto per far
capire che la situazione non è rosea), da violini, che furono dolci, ora
maligni e stridenti, le trombe basse rendono in maniera pressoché
perfetta la fatalità demoniaca che sta per incombere, e sempre a onor
della chiarezza, Clayton anche in questo caso termina con una
ripetizione nel cantato: "the Antichrist is watching" (quanta allegria
insomma!). La sesta canzone
Antichrist II: The balance of power sembra strana, la tastiera
è melodica e sembra ci aspetti un attimo di relax, ma sono solo balle, e
se non avete compreso il titolo, i Saviour Machine ve lo ricordano: dopo
averci illusi i primi 17 secondi mostrano che batteria imponente e
pesantemente lenta, il basso deciso e onnipresente, con la presenza di Grimmark (chitarrista) a tratti, e il coronamento di effetti di tromba
in sottofondo, non sono fatti per gli argomenti leggeri da SanRemo; Clayton si riallaccia come stile vocale al brano precedente anche se
lievemente più epico e meno oscuro e patetico, la stranezza del brano
verso la fine, i violini e le cornamuse di sottofondo evocano atmosfere
di caos e dolore, i cori femminili e la voce di Clayton sono calme e
abbastanza solari, questo contrasto finale lo rende curioso e
sostanzialmente diverso dagli altri che lo precedono.
World war III.
Anche questo pezzo acquista da subito i connotati di una mesta e
incombente inarrestabile marcia, le nazioni una contro l’altra in una
"terza guerra mondiale" come dice il titolo: presenti anche qui grande
uso di violini distorti e di batteria che procede con marziali rullate,
il basso sostiene il tono cupo e patetico. Segue un pezzo che
restituisce mordente all’intero album, che può a tratti abituare alle
apocalittiche epiche atmosfere: in questa Behold a pale horse basso e
chitarra fanno la loro parte, uscendo dall’ombra e dal ruolo di supporto
strumentale, per riappropriarsi del loro ruolo, più metal (sempre
rimanendo nell’ambito gothic doom ovviamente), la batteria ora si fa
sentire con ritmo deciso. The martyrs cry
interviene riportando i toni spiccatamente gothic nell’album, lentezza
del cantato e accompagnamento musicale dettato principalmente dal
pianoforte e dalle viole, i corali (onnipresenti) femminili fanno il
loro ormai consolidato dovere nel disco, cioè fornire pathos e
ieraticità alla scena. Violini distorti poi
e batteria con rullate sul militaresco andante accompagnano il "Jesus save us" caricato operisticamente dal cantante. Il tono basso da
opera gothic riverbera poi in tutta la canzone fino al concludersi,
accompagnato dalla chitarra. The promise è in pratica 10 minuti e rotti di summa strumentale e vocale di tutto quello
che si è ascoltato finora, come a ribadire che nessuno degli elementi
dei Saviour ha il minimo sentore né volontà di gettare la spugna,
e può
risultare alla fine pesante come track causa la lunghezza, ma è da
apprezzare la forza compositiva e l’impegno. Nell'undicesimo
brano le atmosfere tornano sullo stile di Mark of the beast e
The false prophet seppur più epiche e melodiche insomma, Paganini non
ripete i Saviour invece possono farlo, e lo sanno fare rinnovando
piccole significative parti dello spartito, che rendono i brani
consequenziali l’un dell’altro, ma mai uguali, dimostrato in pieno
appunto da The sixth seal.
Anche i Saviour si
concedono un attimo di calma riflessiva prima dell’avvento di Salvezza
ormai vicino, con l’interludio Legend II:II: la voce del cantante, i
corali e violoncelli, nulla più. Successivamente, la
visione epic/gothic trova il suo spazio con Holy Spirit offrendo il
solito operistico cantato e i corali femminili, poi entrambi più alti in
concomitanza di una batteria sempre fondata su rullate lente e
militaresche. Bride of Christ
(la sposa di Cristo), un chiaro riferimento alla Chiesa con la C
maiuscola: se avete ascoltato il brano precedente vi ritroverete, perché
questo è la prosecuzione di Holy Spirit, che di questa è un prelude.
Batteria sempre in rullata ma più alta, solare nel testo così come
speranzosa nella realizzazione strumentale, fornisce la spinta di
propulsivo ottimismo all’album. Rapture: The seventh seal, brano di impatto lirico, solare come il precedente, malinconico
quanto basta per non trasformare il tutto in un pezzo epic, ma le trombe
sono d’obbligo, e d’altra parte, se Cristo sta arrivano, quale strumento
migliore per salutarlo? Ed infine (noo, non
piangete!) si conclude il faticoso (capo)lavoro, dei nostri, con
l’ultimo brano dal titolo più che evocativo: War in heaven: The
second fall. I toni del cantato e degli strumenti ritornano cupi e
melodrammatici, stile "siamo comunque doom/gothic che credevate!" il
perché è riscontrabile nel testo: Satana non si arrende e tenta il
grande assalto, all’umanità e a Dio, ovviamente sappiamo tutti come si
concluderà la vicenda, ma è bello poterlo scoprire assieme ai Saviour
Machine.
Distinto il voto dato
a questa pregevolissima perla compositiva nel panorama metal cristiano,
il testo è ostico e non va preso alla leggera, esattamente come l’album:
è dura reggere con la massima attenzione e godimento l’intero lavoro ininterrottamente riascoltandolo per giorni, va preso a piccole
dosi, come una medicina. Ottimo l’impegno
della band e la caparbietà nell’affrontare una tematica tanto scottante
quanto profonda come l’Apocalisse secondo l’evangelista Giovanni, anche
per l’evocatività strumentale e la resa drammatica a tratti teatrale! Proprio come questo
album si sistema nella cronologia degli avvenimenti dell’Ultimo Giorno,
forse "Legend II" non sarà un album da "fine del mondo" ma ci si
avvicina comunque moltissimo! E tanto per restare in tema: è un vero
peccato (veniale) non averlo!!
Giovanni Paolo Spanu
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