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"For as long as man / stands at war with his God / he will be
condemned to stand at war / with himself and his seed / behold, the
greatest conspiracy... / For I have seen hell and the torment of the
damned / In the day of evil, in the dying hour...". É solo un
minuto accenno, estratto del monumentale concept escatologico in quattro
album che Eric Clayton ed i suoi fidi degli immensi Saviour
Machine stanno portando avanti dal lontano 1997 quando stupirono
l'universo metallico - e di certo non solo cristiano - con il primo
episodio di "Legend". Qui siamo al terzo tomo della saga, il
successivo "Legend III:II", in lavorazione oramai da molti
anni, chiuderà l'evento consegnandoci, consapevoli, alla Parusia.
Il combo californiano venne alla luce nel 1989 componendo un Ep e
due full-length orientati verso un sound prog/heavy, della cui
avvolgente melodia principale artefice è la profonda e malleabile
tonalità vocale del mito Eric. Con il progetto "Legend" il sound
venne sconvolto, adattandosi alla perfezione alla ieraticità latente
dell'impostazione dark del singer: ecco così generarsi
all'improvviso un cupo e solenne gothic/doom che assai ben si adatta
alle tematiche musicate. Questa terza parte non fa eccezione, le
direttrici sonore rimangono ovviamente immutate ma senza per
questo cadere nell'autoplagio, anzi il songwriting nonostante i
confini ben definiti è sempre piuttosto vario, pur non essendo però
certo questo il capitolo migliore del quadrilogia. La durata
dell'opera è nuovamente imponente: anche qui rasentiamo gli ottanta
minuti fisicamente concessi del supporto digitale, i quali dopo un
primo complesso approccio iniziano a scorrere fluidi ed esaltanti,
conducendo l'attento astante in un fosco quanto fascinoso viaggio
scritturale nella tanto temuta quanto agognata fine dei tempi.
Un pianoforte inquieto e tormentato introduce al sound gotico,
intenso ma anche rilassato, con la rovente interpretazione di Clayton,
sul finale accompagnato da lontane polifonie, che
riesce a toccare le giuste corde emozionali. La fantastica
Twelve hundred sixty days termina con solenni ed epiche
orchestrazioni. Revelation 13 è irruenta coi suoi
robusti riff: ritmica strutturata e guitar work orientaleggiante per
tutto lo sviluppo della composizione è anche tendente alla sinfonia
e ricca di momenti di vellutato recitato di Eric. Un dolce riff ed
una tastiera sinfonica con angelici cori evocativi è la brevissima
title-track Legend III:I, su cui si innesta senza
alcuno stacco The ancient Serpent, dove lo stesso
sound è guidato dalla profonda fonia di Eric, un doom/dark corale
che è un boleriano e stordente crescendo di intensità. Un solenne coro
cerimoniale con rintocchi di timpano: dopo una quarantina di secondi
in Abomination of desolation subentra l'heavy
sferzante, impastato ai consueti riflessi doom; la chitarra rimanda
ancora ad ambientazioni orientali, i riff maestosi, il recitato
intenso, la polifonia aulica. L'assolo di Jeff Clayton ci conduce ad
un confuso vociare thrilleroso su oscure percussioni di timpani,
le quali vanno ad aprire anche l'entrante corposa Image of the
Beast, a mio avviso il momento meno riuscito del disco. A
risollevare immediatamente le sorti è però Anti-Christ III:
the king of Babylon, lento ed imponente doom con poi
tastiera sinfonica, rintocchi di gong e chorus imperioso; la
goticità esplode avvinghiante, melodica e struggente nella seconda
parte della track scandita dal piano di Nathan Van Hala. Il finale è
intensissimo.
Protagonista nei primi tre minuti e mezzo di The final
holocaust è una pervasiva lentissima tastiera che riesce a
generare un'atmosfera grandemente evocativa e ricca di gioiosa
speranza, passati i quali sorge un angelico coro che duetta e poi si
sovrappone con un suadente Eric, il tutto nientemeno che a cappella. La tastiera è
buia all'apertura di Two witnesses ed il seguente doom
rasenta addirittura il funeral, ma presto torna a risplendere
qualche bagliore di luce. Recitata, intensa, sentenziosa ed ispirata
dalla sinfonia è Three angels. L'epicità cupa dal
martellante ed incessante motivo "Hear the sound; from the throne,
tears abound..." delinea la marziale Four trumpets,
mentre orientaleggiante fino al midollo è la roboante gotica
The locusts, la quale può lustrarsi di un bel solo centrale
del superguest Narnia Carl Johan Grimmark. Maestosamente
orchestrale, narrata e corale: The sixth judgement
viene inoltre scandita dal marziale sapiente drumming di Victor Deaton.
Meravigliosa, assolutamente superba, è la strumentale sognante eppur
asfissiante The dead sea. Atmosfera di combattimento e
zelo, dopo la quale la strumentazione è doom massiccia ed il cantato
viscerale; era Rivers of blood, a cui succede
The plague and the darkness, un'esplosione di emozionato
gothic/doom, ascendente, trionfante, con adrenalinici backing vocals.
Splendida è l'assoluta solennità centrale accompagnata da celestiali
cori, il finale è quasi horrorifico. The fall of Babylon
si apre e chiude con un ecclesiastico coro, il sound interno è
corposo e chitarristicamente mediorientale. La diciottesima ed
ultima traccia è The end of the age. Pianoforte ed
atmosfera al limite; cantato trascinante col cuore in mano;
l'angoscia ma anche il trionfo, la sofferenza ma anche la gloria: un
tripudio di emozione.
Il tempo della grande impostura è giunto, il prediletto delle
Tenebre impera sull'umanità, ma con ciò il tanto invocato ritorno
del Re della gloria è prossimo: "Beati quei servi che il padrone al
suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le
sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se,
giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così,
beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a
che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche
voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che
non pensate". (Lc 12, 37-40). Siate dunque sapienti, vigilate,
perché qualsiasi giorno potrebbe essere l'ultimo. Strizzando e
attualizzando
è questo l'imminente messaggio dei Saviour Machine.
Valerio Mei
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