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Srotolando la lunga pergamena che assembla e
conferisce visione d'insieme alla gran massa dei progetti dell'eclettico
neozelandese Bard Lofachtaar - che sono per lo più di dark ambient quali
i Taur Nu Fuin ed i Gaoth Anair - ci imbattiamo stavolta,
non senza un certo stupore, in un lavoro di mero black sinfonico, ancora
una volta assai coinvolgente, ma di nuovo, ed ancor più qui, penalizzato
da una produzione dal suono opaco e lontano. E ciò dispiace davvero
perché "A Solis Ortus Cardine", primo ed unico genito dei
Seregost è, o meglio sarebbe stato, un gran bel lavoro. Primadonna
del platter sezionato in dodici episodi per ben 54 minuti sono
senz'altro le tastiere che riescono a conferire all'opera tutta un mood
dark epico dal grande piglio. Lo screaming del nostro one man band è
grezzo e ruvido, e pur non certo esaltante è inserito nel calderone in
maniera saggia ed astuta, tale quindi da non risultare nocivo per
l'armonia compositiva. Interessanti anche le lyrics, epiche e
metaforiche, lodanti ed oranti ("Father, awesome Creator / to You I give
my most devoted praises / Messiah, Saviour of life / your holiness
extends beyond our knowledge / [...] How I long to serve You in your
kingdom / in the halls of shining light... / in the splendour of the
saints / for eternity..."), apocalittiche (Towards judgement),
ma anche ieratiche nel loro essere integralmente in lingua latina, ossia
In unum adversus dominum e Plena sunt celestia.
Preambolo del disco è Introitus, un
minuto scarso di avvolgenti atmosfere che ci proiettano alla prima vera
track, The storm of unlight, dal gran mood sinfonico e dal
black melodico variegato nel songwriting, che avanza anche partiture
aspre nel loro essere prive di keys: un'esaltante cornice anticipa una
sfuriata di doppia cassa e cantato rabbioso, che sfoga appiano nel
viscerale screaming finale. Ottima song, ma il capolavoro dell'album è
alle porte, In unum adversus Dominum, reso tale da un
morfico piano dark e da break di totale caos: ma il punto di forza
risiede nella ritmica dallo splendido giro drammatico. Patris in
celis oriens attacca addirittura death, ma presto ritorna sui
binari di un black tiratissimo con alternanza di melodie tastieristiche sinfoniche e
spartano grezzume di blastbeats e scream. La novità di Spreading
wings of vengeance risiede in una diffusa epicità che rapisce ed
innalza pindaricamente. Helevorn è un intermezzo
strumentale, mentre Ancient prized moon appare ricca di
distese oniriche e pathos, ciò confezionato all'interno di un guscio
black melodico. Epicità ed anche un azzeccato tocco ambient (il richiamo
ai Taur Nu Fuin è esplicito) stigmatizzano At the cliffs of
desolation, epicità presente anche in Plena sunt celestia,
ma in modo più invasivo e totalizzante. Con Towards judgement
irrompe un piano sconsolato all'interno del consueto sound, ed epilogo è
la lunga ipnotica Deeper in the night, degno compendio di
quanto fino ad allora espresso.
La registrazione dal suono disperso risulta un
limite troppo netto per far finta non ci sia, ma il Cd è e rimane
compositivamente ed emotivamente molto interessante. Non per i
perfezionisti dunque, ma anche si per chi è in cerca di pregnanti emozioni dark;
tuttavia va gettata molta acqua sul fuoco degli entusiasmi chiarendo che "A Solis
Ortus Cardine" è oramai del tutto introvabile.
Vaake
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