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Il Brasile non
smette mai di stupirci e di offrirci interessanti proposte
all’interno del panorama white. Questo "Faceless Man",
secondo album del gruppo, ne è un’evidente prova. I nostri ora fanno
veramente sul serio offrendo complessivamente un buon lavoro: ottima
la produzione così come il cover art. L’album, dal variegato e a
tratti originale songwriting, ci offre un power veloce con alcuni
accenni prog, dai pesanti riff di chitarra e dalla batteria
incandescente, controbilanciati da armoniose e catchy melodie,
contornate da lodevoli arrangiamenti vocali. Proprio al microfono si
esibisce Debora Serri, dalla voce penetrante, decisa e tagliente, ma
pianamente convincente solo a tratti.
Ad aprire
questi 53 minuti ci pensa A handful of sand, brano che
parla della conversione, segno della vera vittoria. I Seven
Angels lasciano da subito i tratti che li contraddistinguono:
potenti guitar riffing, melodia veloce e orecchiabile, dal refrain
tipicamente power. Il veemente brano vede la partecipazione di Marco
Caporosso, vocalist dei Dragonheart. In Beyond the dark
side of the moon si respira invece un’atmosfera più
melanconica ed è qui (insieme anche al seguente brano in cui la voce
assume tonalità più liricheggianti) che la singer offre una delle
sue prove più riuscite riuscendo a ben variare la sua tonalità. A
risentirne è senza dubbio tutto il lavoro del gruppo. Dalle ritmiche
potenti è Nothing besides dust: il brano parte sparato
con Eliezer Leite dietro alla doppia cassa e con un susseguirsi di
assoli. Walking over all the seas viene aperta da un
suggestivo intro ambient: sul rumore del vento, su una leggera
pioggia che cade con rombi di temporale alle porte si inseriscono
grevi riff accompagnati da una martellante batteria. Si tratta del
pezzo più duro del Cd caratterizzato però dal suo riuscito
alternarsi con parti melodiche, rispecchiato anche dal duetto tra
Debora e Osias Colucci, voce growl.
Si arriva alla
title-track, brano dai numerosi cambi di tempo in cui il gruppo
sfoggia tutta la sua tecnica offrendoci dei momenti di puro prog; è
da sottolineare qui un bel solo di basso del guest Gustavo Martins.
Ma i Seven Angels non smettono di stupirci e ci regalano
anche un accenno di fusion in Unseen truth, brano
scritto originariamente per il progetto Exodus ma riadattato
per l’occasione: il ritmo vorticoso del brano è infatti spezzato da
un atmosferico e suadente solo di sax. Questo pezzo tratta un
episodio biblico, il confronto tra Mosè e il faraone prima che il
popolo ebraico abbandoni l’Egitto. Daydream continua
sulle stesse linee cui il gruppo ci ha abituato: sparatissimo ma con
aperture armoniche e melodiose condotte da guitar solos esaltanti la
bravura dei due chitarristi, Karim Serri e Régis Lafayette.
Arriviamo così a Nobody wants to be alone, una
gradevole ballad in cui la singer si esibisce anche dietro il piano
creando delle dolcissime note che lasciano presto spazio ad una
breve sfuriata power: il brano dai ritmi cadenzati è riuscitissimo,
condito da un bel refrain e da un ottimo giro di chitarra. A
conclusione dei nove brani From now to eternity.
In definitiva
una buona prova per un gruppo che con questo lavoro tenta di
lanciarsi in un mercato più grande di quello che ha conosciuto con
il precedente "The Second Floor". I requisiti ci sono tutti e
visti i margini di miglioramento che hanno avuto la cosa non pare
impossibile ma anzi vicina nel tempo.
Ilaria Ricci
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