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A due anni di distanza dal demo di debutto, ecco il primo
album dei Seven Horizons, i quali tornano con una nuova line-up
che vede Celso De Freyn (ex Stauros, Altripercorsi) al
microfono e Gianluca Russo alle chitarre. Sempre presenti invece il
tastierista Riccardo Oneto e il batterista, nonché autore dei lyrics,
Jordan Thomas. Nel full-length in questione ritroviamo ancora i pezzi
del demo, nuovamente arrangianti e arricchiti con passaggi ancora più
tecnici. Basti pensare ad esempio al fantastico intermezzo fusion di
Into the sunshine, ai fraseggi neoclassical di
Judgment theory, o ai nuovi solos di chitarra in
Empty Jail e In the wilderness.
Si può inoltre ascoltare un indurimento del sound rispetto
agli esordi, e questo avviene fin dall'opener System is dead,
dove i ritmi cadenzati, un forte timbro vocale di Celso De Freyn e le
sfuriate che anticipano i refrain, ne fanno un pezzo davvero
travolgente. The miracle invece è impostata su ritmi più
tranquilli, con un sound che ricorda quello di Solitary shell
dei Dream Theater. Comunque l'apice del disco, a mio parere, si
raggiunge con Goliath's head e Pathway to the throne,
due pezzi legati tra di loro. Il primo è una malinconica, ma al
tempo stesso epica, ballad, dove ancora una volta il cantato teatrale di
Celso De Freyn dona un pathos incredibile. L'intensità non cala, e in un
continuo crescendo si arriva quindi all'altro brano, forse il più
tecnico di tutto il disco. Un pezzo strumentale, o meglio una battaglia
di assoli tra chitarra e tastiera, che fa venire in mente Holy
ligth degli Stratovarius.
Il
finale poi richiama per l'ultima volta e con grande teatralità il chorus
di Goliath's head, dalle lyrics che prendono spunto dal
Salmo 23: "For the Lord is my sheperd / I shall not want / He restores
me and leads me / In righteousness / When I'll walk through the / Valley
of shadows of death / I won't fear, I won't fear / You are with me / And
I dwell in Your / House forever".
Un altro pezzo
eccellente è War for the earth: il suo alternarsi di mood
luminosi ad altri più oscuri e la sfuriata finale vi lasceranno senza
fiato. Giungiamo quindi a Seven horizons, strumentale di
solo piano con un suggestivo tappeto di synths come sottofondo. Si
tratta di una composizione delicatissima, che spezza egregiamente il
dinamismo fin'ora ascoltato e dimostra quanto Riccardo Oneto, oltre ad
un tecnica formidabile, abbia anche un grande gusto compositivo. A
coronare il tutto troviamo Ancient of days, famoso canto
worship, questa volta riproposto in chiave rock, prima con testo in
inglese e poi in italiano.
I Seven Horizons con questa release danno un
ulteriore conferma del loro valore. Ce ne siamo già accorti con il demo,
ma in questi due anni la band è cresciuta e lo riscontriamo in questo
album. Purtroppo c'è ancora qualcosa da sistemare. La pulizia del suono
non è ancora arrivata ad alti livelli, ed è l'unica cosa che al momento
li penalizza. Quindi una sola nota negativa, perché nel complesso il
resto è perfetto. Prossimamente, con una produzione maggiore,
ascolteremo qualcosa di davvero formidabile, ne sono molto convinto.
Daniele Fuligno |