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SEVENTH ANGEL
The Torment
 
SEVENTH ANGEL
The Dust Of Years
 
INTERVISTA
9/1/2010
 
 

 

SEVENTH ANGEL
Lament For The Weary
thrash
1992 - Edge Records / 2005 - Retroactive Records
(Inghilterra)
www.myspace.com/seventhangelofficial

 

Solo lo spazio di due full-length è durata la produzione musicale della thrash band britannica che, formatasi nel 1989 dopo tre demo diede alle stampe il più che riuscito "The Torment", il cui successore, il nostro "Lament For The Weary", segnò la fine del prima quartetto poi terzetto d'oltremanica; l'unico membro del combo rimasto in attività in ambito christian metal è stato la voce e chitarra Ian Arkley, che ritroviamo negli Ashen Mortality e nei My Silent Wake, nonché, per un breve periodo, nei lontanissimi (logisticamente, in quanto australiani) Paramaecium. I due album erano praticamente andati persi, ma proprio quando sembravano definitivamente irreperibili sul mercato ecco che è subentrata la Bombworks Records la quale attraverso il suo ramo Retroactive Records dedicato proprio al reimmettere in circolo dischi oramai introvabili, ha dato nuova vita e diffusione - col limite di 1000 copie cadauno - a questi due apprezzati lavori.

Per quanto riguarda "Lament For The Weary" ci troviamo dinanzi ad un corposo thrash metal che ci bastona per ben 55 minuti, ma che presenta anche passaggi atmosferici e momenti per poter riprendere fiato. Apre la tracklist composta di 11 episodi la strumentale Recollections of a life once lived: riff gravi come macigni, ritmi alternativamente lenti e veloci, assoli sparati o affilati: subito si nota come quello dei Seventh Angel sia un thrash old-school decisamente canonico ma eseguito senza macchie. Esordisce la voce di Ian nella successiva Life in all its emptimess, anch'essa assai stilemizzata: ben inseriti sono nel songwriting del brano fasi doom anche piuttosto cupe, mentre i riff appaiono a tratti detonanti. Doom è anche l'inizio di No longer a child da cui parte un solo malinconico e speranzoso al contempo; è solo un minuto però, il thrash torna a riprendersi il proscenio anche se bene emerge un break soffuso con tanto di inattesa, intensa e dolce voce clean. Chiudono dei riff distortissimi. La lead guitar parte decisa in Full of blackness dove a tratti il sound è articolato e piuttosto intrecciato: rallentamenti decisi e ritmiche sostenute. Tutto molto ben fatto. Un tuono e la pioggia che si infrange sulla terra, riff mansueto e melodia ansiosa: sono strumentali i 2:20 della title-track Lament for the weary.

Un'angosciata ma dolce chitarra acustica introduce Woken by silence, dallo stile poi cupo e robusto, dal thrash più ovvio, dai bei stop and go, con gradevole ritorno finale di acustica. Sta diventando un leitmotiv l'attacco rilassato, e così anche Falling away from reality propone arpeggi luminosi e voce pulita: l'assolo cambia le carte in tavola e da lì si rifà sotto il thrash muscolare dai tricipiti in tensione continua. Colpisce il delirio finale di chitarre impazzite dopo momenti esplosivi in Dark shadows. Riff sinistri ma poi il classico thrash: è la strumentale Passing of years succeduta dall'elaborata Secore in eternity, dove clean vocals e taglienti assoli sono chiusi da lunghe distorsione ed un rintocco di campane: "Survey the past, gaze into time, recalling pain, once was mine / reheld the blade, symbol of my moorbid desire, then to die. / Screamed in agony, life was hell for me, I cry out to thee. / Secure in eternity, of hopelessness devoid. Bestowed immortality, fear of death destroyed. / I lie alone, close to death, assured of heaven, to my last breath, my peaceful soul, God is here, encircling peace, paradise is near. / Miraculous entity, / only now I see, escaped mortality. / Forgiveness of sin, through God's own Son, by holy sacrifice, eternity begun. / The disentombed Christ, opens up heaven, brings me life, by ressurection". Nella closer Farewell to human cries i riff appaiono squassanti ma poi l'intensità scema fino ad un riff di acustica ed un assolo luminoso, il tutto rinchiuso in una ritmica ben cadenzata.

Possiamo godercelo dunque anche noi, di quasi tre lustri posteriori, questo buon album. Un sentito grazie va quindi alla piccola grande Bombworks: il suo impegno indefesso per la diffusione del white inizia ad assumere fattezze epiche. Comunque con i Seventh Angel è andata a colpo sicuro.

Vaake

VOTO

82

 

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