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Non hanno certo bisogno di presentazione i tedeschi
Seventh Avenue, band nata ufficialmente nel 1995, ma che ha già
iniziato mettere "radici" nel 1989 sotto il nome di The Preachers.
La loro musica si ispira a bands come Helloween,
Whitecross e Bloodgood, tutte appartenenti all’universo
power-heavy. Nel tempo i Seventh Avenue si sono fatti
apprezzare e conoscere molto bene. Attualmente la loro formazione è:
Herbie Langhans, voce e lead guitar, Florian Gottsleben alla
rhythm guitar, Markus Beck, basso e Mike Pflüger ai drums. I Seventh
Avenue hanno una forte ideologia cristiana, le loro canzoni
vogliono essere come una ventata di freschezza per tutti gli
ascoltatori, il verbo di Dio che si fa amore per gli uomini; andiamo
ad analizzare il loro Cd del 2003 "Between The Worlds".
L’album esordisce col bell'intro Beyond the ocean:
musicalmente è una ballata fresca e spensierata all’inizio, verso la
fine però i toni cambiano, si sente un breve monologo che introdurrà
alla successiva song Between the worlds il cui inizio
è davvero folgorante: le chitarre fremono e la batteria impazzisce
rincorrendole creando un ritmo incalzante e convulso; davvero bella
la performance vocale che è in ottima sintonia con il tono della
canzone, fresco e davvero vigoroso: ad acuti si accompagnano toni
heavy, particolarmente apprezzato l’accostamento per aumentare in
modo notevole la qualità della canzone. Nel proseguo del suo ascolto
la song mantiene quello smalto frizzante proprio dell’inizio, verso
la fine possiamo gustarci un irresistibile assolo che la renderà
ancora più pregiata e degna di numerosi ascolti. Con l’inizio
rombante di Levy your soul from hate siamo giunti alla terza song, il ritmo è molto
veloce, ci sono chiare tonalità heavy metal mischiate con power,
nulla di meglio per uno scatenato headbanging collettivo; la canzone
è leggera e veloce, bellissima la parte centrale dove la voce si
scatena in acuti molto accentuati e la già trovata presenza di un
assolo finale dove si possono palpare concretamente le elevate
qualità artistiche della band. Con Tale of the forgotten
dreams abbiamo un inizio molto sereno e melodioso che
accelera dopo poco con una disinvoltura impressionante, il ritmo
power risalta in tutta la sua freschezza, la batteria fa un ottimo
lavoro di guida, le chitarre la seguono veloci ma dolci nello stesso
momento, e si direbbe che in questa canzone sia prevalente serenità
e allegria; siamo come in una bellissima avventura travolgente che
ci lancia in una folle corsa, fatta di ritmi veloci, rampanti e
chitarre che da un momento all’altro decollano in tutta la loro
leggerezza; molto bello il breve assolo finale. Gli ascoltatori
avranno ormai notato che è prassi dei Seventh Avenue
collocare un assolo verso fine brano cosa che, al contrario delle
apparenze, non è assolutamente fattore di ripetitività dato che
l’assolo cambia sempre, bensì una sorta di "sigillo" prezioso che il
gruppo vuole dare alle proprie canzoni per contraddistinguerle.
Siamo arrivati all’ascolto di Angels eyes,
song che fa letteralmente la parte del leone in questo album data la
sua complessa struttura e le melodie che ci vengono proposte:
l’inizio parte già spedito grazie ad un assolo di chitarra molto
heavy, attendiamo poco e la batteria inizia la sua corsa; anche qui
le chitarre sono perfettamente intonate con la voce del cantante
trasmettendo forza e potenza, essenziali per far apprezzare il Cd
agli ascoltatori ma soprattutto per non annoiare, e scopriremo ben
presto che uno dei talenti maggiori dei Seventh Avenue è la
capacità di comporre canzoni mai noiose e banali; avanziamo ormai
con la track, sorpassiamo quel tenerissimo ritornello immergendoci
nel ritmo heavy di un "signor" assolo composto divinamente: assolo e
chitarra solista sono lanciati alla volta del cielo, sfido chiunque
a non riascoltarselo un’altra volta, e magari una terza...è davvero
stupendo!! La voce riprende il suo bel ritornello e procedendo
sempre tra il filo dell’heavy e del power avanziamo nella canzone
dirigendoci dritti alla fine con una raffinatezza creata da chitarre
acustiche.
Giungiamo così alla sesta Open your mind, l’inizio è
molto potente e deciso, il ritmo è sempre power-heavy, e davvero
veloce, ma poco dopo si passa a tonalità meno aggressive e più
melodiose, senza perdere però quel vigore e quella grinta
caratteristica della band. La parte del ritornello si ripete varie
volte, ma caratteristica saliente della song è il vantare due assoli,
eseguiti a metà canzone e poi verso la fine: il primo è molto quieto
e dura poco, accompagnato ben presto da chitarre acustiche; il
secondo è eseguito davvero magistralmente, le chitarre ben
coordinate guizzano veloci eseguendo vere e proprie prodezze
strumentali. Chi l’avrebbe mai detto che Storm II
fosse una canzone strumentale? Questa è una delle piacevoli sorprese
che la band riserva all’ascoltatore; partire con venti e tuoni che
preannunciano la tempesta, una tastiera e una straziante chitarra
che suonano una triste marcia, per poi passare in un battibaleno in
una accelerata improvvisa: chitarre e batteria si rianimano,
iniziato a sfavillare e inondare di scintille quest’atmosfera finora
grigia. La song è un continuo mutare di ritmi, da veloce a lento a
ipervelocissimo; unici artefici di questa tempesta di suoni sono gli
strumenti che si rincorrono, si intrecciano, scaricano tutta la loro
energia per poi scagliarla contro le casse del vostro stereo. Un
inizio acqua e sapone per l’ottava track Until you come again,
leggerissimo, quasi impalpabile; dopo poco però si cambiano
radicalmente i toni, ritmo incalzante, batteria e chitarre che
partono in una cavalcata heavy; molto orecchiabile il ritornello che
si ripete varie volte. In tale song si lascia veramente molto spazio
alle chitarre che si esibiscono, come di consueto, in vertiginosi
riff a volte aggressivi a volte invece molto puliti e leggeri; la
voce rispetto alle altre tracks ha un tono più basso ed heavy, non
mancheranno però acuti ed esplosioni di potenza.
Con Wings of dawn la band parte subito
all’assalto con velocità molto elevate e potenti, il basso spiana la
strada mentre chitarre e batteria si preparano ad abbattere i
muri del suono: la voce è ben coordinata con gli strumenti creando
un ariete implacabile di adrenalina che fa fatica ad arrestarsi.
Sentiamo però che la furia incontrata all’inizio sta via via
scemando, il ritmo è più blando e melodioso giusto per ricordare
agli ascoltatori che esistono anche dolcezza e leggerezza, ma
facciamo appena in tempo a passare la metà che ci viene
scagliato addosso un assolo vigoroso e possente: il ritmo ritorna
veloce con riff di chitarra martellanti per poi convergere in un
nuovo assolo breve e supersonico da "pogo time". Ci apprestiamo all’ascolto di Touch of Your love,
canzone molto commovente e leggera. Priva di impeto e di potenza,
questa appare in tutta la sua dolcezza alquanto simile ad un
preghiera; ritmo lento e non troppo mieloso, le chitarre scorrono
come un fresco ruscello di montagna mentre la voce illumina quest’atmosfera raccolta e interiore. Con Burning heart
i Seventh Avenue realizzano una cover dei mitici Survivor,
la track originale fa parte della colonna sonora di Rocky IV. Siamo arrivati alla fine del Cd con One life ends,
song che parte già veloce e con tonalità power-heavy: gli strumenti
rincorrono una voce davvero spericolata che risalta cambiando
tonalità molto spesso, da acuti che ci fanno impallidire a voce più
bassa e aggressiva; si freme e si corre, si strilla e ci si calma:
sembra quasi che la band stia ripercorrendo tutta una vita di una
essere umano, le sue emozioni e sensazioni sempre però mantenendo la
via suggerita da Dio. Velocissimo ed inarrestabile l’assolo
conclusivo, una vera elevazione spirituale: anche qui i
chitarristi dimostrano le loro doti innate, disintegrando il tempo
con melodie ultrasoniche e invasate.
Non c’è dubbio
che questo album sia molto ben fatto, le qualità artistiche del gruppo
sono notevoli e le dimostrano chiaramente in tutte le tracks del Cd.
Attualmente sono forse la migliore christian power band in circolazione, ma, si sa, ogni giorno nascono nuovi talenti e a
noi non rimane che augurare un in bocca al lupo per il futuro
musicale dei Seventh Avenue.
Fabio Manna
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