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Dopo il catchy e solare "Between The Worlds" il combo teutonico con
"Eternals"
decide di tornare alle sonorità speed metal degli inizi così in
primo piano troviamo più che le (belle) power melodies sdolcinate la furiosa
irruenza strumentale: quello che ne è venuto fuori è un disco
decisamente pesante, sia come impatto sonoro che però anche come
ascoltabilità. La tecnica strumentale è assolutamente ineccepibile e
la maschia voce di Herbie Langhans è molto appassionata, ma la struttura delle
tracce è sempre piuttosto simile e le stesse linee vocali si
fossilizzano troppo su tonalità aggressive. L'impressione finale che
si ha al termine dell'ascolto di questi dodici brani per 62 minuti è
che ci si trova dinanzi a notevolissime esecuzioni ma allo stesso
tempo ci si rende conto di essere esausti e di non aver poi tutta questa
gran voglia di premere nuovamente il testo play, il che, e
particolarmente per un disco power, è molto lungi dall'essere un punto a
proprio favore.L'inizio epico-sinfonico e
guerresco di Battle for destiny inganna, mai si tornerà infatti a questa tipologia di
sound. A parte la bella ballad Voices, inserita come penultimo
episodio della
track-list, nostalgica, a tratti evocativa, dal buon refrain e dalla
apprezzabile interpretazione vocale, e l'ultima
Domination of sin in cui l'heavy
è meno pesante e volto alla valorizzazione di cori eighties di
stampo AOR, il resto delle tracce si sviluppa attorno ad un possente
(ed interminabile dato che la maggior parte delle canzoni si aggira
attorno ai 6 minuti), speed/power/heavy, aggressivo ma luminoso,
velocissimo ma tecnico, infarcito di lodevoli e rapidissimi assoli
del solito ottimo Herbie, il quale sound però difetta di varietà compositiva
il che, come dicevamo, rende
l'ascolto difficilmente digeribile. I refrain inoltre non sempre
sono indovinati, anche se a volte sono molto accattivanti.
Un'interessante caratteristica dell'album è che la lead vocal
spesso fraseggia con piccoli cori - come in Eternals,
Juggler of words, dallo spettacolare
assolo finale, e Infinite King
in cui la polifonia si fa tipicamente anni '80 a cui segue
un'esplosione di power estremamente vorticoso - altre volte si lancia
in viscerali acuti (vedi Future tale, che alterna pause ritmiche a
parti tiratissime) altre ancora si fa più rauca e grezza, ad esempio
in Hunger for life dove le successive melodie del refrain hanno molto mordente.
Buonissimo è il finale power di Heaven
can't wait mentre Storm III
è tutta strumentale ed a tratti armoniosa ed atmosferica. Curiosa è
Raging fire per la presenza
di esplosivi riff di stampo palesemente metalcore, ma il migliore
brano del disco dato il contesto è senz'altro
Remission dove il refrain esalta
e dove si gradiscono molto parti chitarristiche più rilassate
seguite da un gran bel solo.
Molto bello l'artwork e straordinario, come sempre, il sentitissimo
lyrics work per quella che è una delle più zelanti white band in
ambito melodico, ma il quinto full-length dei Seventh Avenue,
fermo restando il suo alto livello musicale, non arriva tuttavia ad
entusiasmare.
Vaake |