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Anno 1999 e siamo
al terzo full-length per i nostri defenders tedeschi, i grandi
Seventh Avenue. Nel corso della loro carriera, questa band ha subito
numerose variazioni di line-up; in questo album troviamo Herbie Langhans
(chitarra e voce), Andi Gutjahr (chitarra), William Hieb (basso) e Mike
Pflüger (batteria). Il disco inizia con
un’intro strumentale dal finale in crescendo che ci avvia alla title-track Southgate. Il brano è un continuo alternarsi
di sound heavy, speed e cambi di tempo e ritmo. Ottima tecnica fin dalla
prima canzone, non ci resta che proseguire con Protection of fool
e Carol, canzoni molto veloci, con molti stacchi heavy,
rese aggressive dalla virile voce di Herbie Langhans e dalla forsennata
batteria di Mike Pflüger. Segue a ruota Father, la quinta
traccia. É la prima ballad di questo full-length, una canzone dai toni
molto malinconici ed a tratti violenti.
Bellissime la parole del chorus, una forte preghiera a Dio: "Father hear
my cry tonight / Father listen to me / Father with open eyes he cannot
see / Father make him - please set him free".
Si ritorna invece
al loro classico sound speed con May the best one win. La
settima traccia è Puppet of the mighty che denuncia la
crudeltà dell’uomo nelle guerre, mentre l’ottava è Storm I:
quest’ultima, come sanno tutti i fan dei Seventh Avenue, è
ovviamente una traccia strumentale (ritroviamo infatti come future
tracce strumentali, Storm II e Storm III
rispettivamente negli album "Between The Worlds" del 2003 ed "Eternals"
del 2004). Non ci sorprendiamo che questa traccia sai molto aggressiva,
veloce e con un bellissimo, vorticoso, assolo di chitarra nel finale.
Dopo tutta questa
furia arriviamo alla seconda ballad, Heart in Your hand,
una toccante canzone d’amore accompagnata da un dolce arpeggio di
chitarra semi-acustica. Ritorna ancora l’aggressività in
Nameless child,
una song caratterizzata da repentini cambi di ritmo. Siamo ormai quasi
alla fine con Big city
sharks.
Un intro molto delicato ci illude di venire nuovamente in contatto con
un’altra ballad, in realtà si tratta di un’ennesima canzone prepotente,
come è consueto nel loro stile. Ben eseguito l’assolo e l’acuto di
Herbie nel finale, come un sigillo per concludere nel migliore dei modi
la canzone. Goodbye…così
ci salutano i Seventh Avenue e concludono questo bellissimo
album. Si tratta di un’altra ballad, che si rifà alla famosa melodia
celtica Auld
lang syne.
E così 64:48 minuti di musica sono volati e rimane ancora la voglia di
schiacciare nuovamente il tasto play e riascoltare da capo tutto l’album
assaporando un'altra volta l’energia trasmessa dai brani speed o
fermarsi a riflettere con le evocative ballad.
Proprio loro ci invitano a riflettere, soprattutto in
Father:
"If
you hear this song, / remember it could be your last, / or do you really
know that you will live tomorrow? / What will be in a life after death,
/ are you ready to die? Are you really ready to die? / Just think about
it". Non c’è niente da
dire, un lavoro perfetto, nessuna nota stonata, ma ovviamente non c’è da
sorprendersi conoscendo questa band dalle potenzialità enormi.
E con
delle parole tratte da Goodbye, concludo questa recensione
con un giudizio altamente positivo. "Goodbye my friend / but that’s no
separation for ever. / Goodbye my friend / please don’t look back –
goodbye. / God bless you on all your ways - that’s my prayer for you".
Daniele Fuligno |