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Shadow
Gallery: un nome che a molti "new progsters" può risultare
sconosciuto, affascinati dalla magnificenza targata Dream Theater
o all’introspezione suprema dei Pain Of Salvation. Tuttavia
gli Shadow Gallery sono sulla scena prog mondiale ben dal
1992, esattamente come i più blasonati Portnoy & C., e tra sforzi
notevoli sono sempre riusciti a proporre la loro musica ad un
pubblico ristretto (anzi, d’élite), conquistandosi le orecchie di
pochi ma raffinati ascoltatori di prog metal.
Il loro
esordio avviene con l’omonimo "Shadow Gallery", ottimo disco
seguito 3 anni dopo da questo "Carved In Stone", da molti
reputato pietra miliare della pur ristretta ma intensa discografia
della band. L’album in questione infatti sigilla le caratteristiche
del songwriting di marca Shadow Gallery: brani melodici e mai
spigolosi anche nelle parti più "heavy", intenso uso di synth e
soprattutto pianoforti a volte solitari e classicheggianti, a volte
intrecciati a chitarre acustiche come in Celtic princess,
e infine un cantato intenso decisamente sopra le righe. Vi è una
forte influenza del prog dei Queensryche in questo disco,
soprattutto nelle parti più AOR oriented come il refrain e le strofe
di Deeper than life, che tuttavia nel fantastico
assolo abbandona i ritmi cadenzati per dare vita ad un epico duello
chitarre-tastiere, già ascoltato con piacere anche nella opener
Cliffhanger. Gli Shadow
Gallery tuttavia sono noti anche per aver dato vita a ballads di
rara intensità, ed è il caso di Don't ever cry, just remember,
che mostra la grande sensibilità a metà tra il prog e il barocco del
pianista Chris Ingles. Ascoltando questo assoluto musicista anche in
brani come Alaska, Warcry,
Enchantment, si può capire da chi abbia imparato Micheal
Pinnella quando qualche anno dopo ha stupito il pubblico prog e
power con la sua prestazione nell’osannato "The Divine Wings Of
Tragedy". Torniamo invece a "Carved In Stone", dato che
non abbiamo accennato a quella che è il capolavoro di questo disco:
la lunga suite Ghostship. E’ questa una canzone della
durata di circa 20 minuti, divisa in 7 momenti, dal concept epico
(lascio a voi scoprire di che si tratta) e dalle atmosfere rese
uniche ad un arrangiamento magistrale. Il brano contiene diversi
stili, anche se per qualità spicca sicuramente quello heavy di
Storm, veramente incredibile per voce, cambi di tempo,
assoli di chitarra e tastiera mai banali e tecnicamente
ineccepibili.
Tirando le
somme di questo album lo si può tranquillamente definire come un
"umile capolavoro" del prog, un genere che si è sempre presentato al
grande pubblico con i nomi altisonanti di Rush, Dream
Theater, Pain Of Salvation, Queensryche, ma che
nell’ombra serba perle di rara bellezza come "Carved In Stone".
L’amaro in bocca è che gli Shadow Gallery non abbiano goduto
del successo che avrebbero meritato con dischi come questo, in parte
per colpa di una label (Magna Carta) che ha fatto scelte decisamente
poco sensate, e in parte per colpa di un pubblico abbagliato dalle
superstar del prog che non ha saputo vedere questi diamanti
seminascosti.
Marco Gandini |