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"Fantasmi" è la parola chiave di questo album, i
numerosi fantasmi del passato che riaffiorano nell'era "digitale" del
2009 ci avvolgono in un disco che nel bene o nel male ha segnato una
svolta nella storia di questa band, passata tra le fiamme di un arduo
crogiuolo. Si può parlare di fantasmi come "Carved In Stone" e
persino "Shadow Gallery" dai quali sembra qualcosa sia stato
riattinto, ma direi che parlare di questo è limitativo, perché il
fantasma che realmente aleggia su tutta la durata del disco è uno
solo... il defunto Mike Baker. In questo disco è stato messo in gioco
tutto, molte variabili hanno subito incrementi (e anche decrementi se
vogliamo), evoluzioni, modernizzazioni con allo stesso tempo revisionati
ritorni al passato, ma una cosa sola è rimasta immutata da quanto
precedentemente si era sentito da questa band, e paradossalmente stiamo
parlando proprio delle vocals di questo Brian Ashland che in maniera
quasi inumana oserei dire, è riuscito a emulare alla perfezione il
nostro compianto Mike: sentite che timbro, che espressione nelle parti
lente quali l'inizio di Pain, ditemi se non vi vengono i
brividi o comunque qualche dubbio che Mike Baker non sia resuscitato per
venire a registrare questo disco, va bene che le melodie vocali le
scrive Carl-Cadden James, e che quindi la penna è rimasta inalterata, ma
diciamocela tutta...chi avrebbe avuto il coraggio di tentare di
ricopiare così alla perfezione un cantante di questo calibro?...e se poi
non ci riusciva? Coraggio premiato con un risultato da 100 e lode!!!
Per quel che riguarda il resto sono ancora loro, ovvero la stessa band
che in ogni disco tira fuori qualcosa di nuovo su una base ormai
solidificata da 20 anni, per la prima volta Carl Cadden-James mette da
parte il suo flauto magico, rimpiazzato a 'sto giro con qualche stacco
jazz; le guitars sono più infuriate rispetto agli standard di questo
combo, ma le melodie non calano assolutamente di valore; difficile
descrivere i numerosi colori che si fondono in questa immagine...
potremmo parlare di incontri fra neoprog e psichedelica anni '70, di
sfuriate thrash sfocianti nel prog-power moderno, di come suonerebbero i
Queen oggi giorno se affiancati a Petrucci & Co.. ma sono tutti
discorsi vani perché i sette episodi presenti in quest'opera brillano
ognuno di una luce propria, e questo è anche dato dalle differenti
partecipazioni che ahimè, dovevano essere originariamente la soluzione
al vuoto microfonico, prima dell'arrivo di Brian, ma andiamo ai pezzi.
With honor (9:59): una partenza canonica apre quest'opera
sul "Tyranny"-style, inutile dire quante sono le variazioni
all'interno di questi dieci minuti, dove accade praticamente di tutto,
Brian è decisamente a suo agio, e i cori di Gary, Brendt e Carl non si
smentiscono proprio mai, soprattutto nel bridge a-cappella centrale
(qualcuno ha pensato a Bohemian rhapsody?, mi sembra
inevitabile). Inizio standard...ma neppure troppo.
Venom (6:22): violenta e devastante! Venom
parte con un riffing thrash oriented molto roccioso per i canoni della
band; un aspro Clay Barton protagonista delle linee vocali, cambi di
tempo e assoli di chitarra alla Cacophony dettano legge in
maniera chiara; dietro le pelli troviamo stavolta Joe Nevolo che
stavolta parteciperà solamente a due brani facendo le cose un po' più
complicate del disco (il resto è eseguito dal polistrumentista Gary
Wehrkamp, di cui ormai non c'è da stupirsi nemmeno a vederlo suonare
pure l'arpa tripla gallese); potenza adornata dalla melodia, il tutto
eseguito in maniera tecnica, con un finale tragico-arabeggiante, questo
è il veleno che sprizza dalla seconda traccia e che ci rivela il lato
più cruento di questi tre musicisti.
Pain (6:22): Sogno! come descrivere altrimenti questo
brano? L'introduzione brilla magicamente tra le note di un arpeggio
incantato, l'alternanza di forte-lento ci guida a un chorus che ricorda
molto alcuni passaggi di Darktown (pezzo a mio avviso
dalla qualità irripetibile, neppure dai suddetti), Gary dà veramente il
meglio di sé per tutto il brano, pizzicando la seicorde con delicatezza
e aggressività fuse tra loro, stesso discorso per le keyboards, la sua
prestazione in questo disco è qualcosa di immenso.
Gold dust (6:45): la versione in video mi aveva subito
preso, ma ovviamente i soliti taglia e cuci obbligati dalle radio non
rendono mai giustizia a quella che è la natura dell'arte, e tanto per
dirne una il censurato assolo di tastiera sul finale è a mio avviso una
delle colonne portanti di questo pezzo dal sapore pomp-arabeggiante,
forse il più semplice di tutti come struttura, ma ovviamente lontano
anni luce dalle stuccanti strutture dei ben noti animali da radio.
Elaborata ma diretta!
Strong (6:50): ben due ospiti d'onore per Strong,
a partire dal singer Ralf Sheepers (dai Primal Fear) che con la
sua presenza roca e graffiante rende il tutto più aggressivo, in
particolare nello stacco a metà pezzo degno dell'heavy-thrash più
ottantiano, la sua performance è seguita da una schitarrata del secondo
special guest Sdrjan Brankovic, che nel giro di una trentina di secondi
fa sprizzare scintille dalla seicorde (non vi preoccupate.. non vi hanno
incollato sulla traccia un pezzo dei Megadeth), forse è uno dei
peggiori episodi del disco, ma in ogni caso resta un gran pezzo.
Digital ghost (9:37): eccoci al piatto forte (zuppa
pronta?), stiamo parlando di un percorso musicale che incarna un po'
tutta l'anima degli Shadow Gallery che conosciamo, (anche qui
Nevolo alle drums) si sente subito fin dall'inizio, nel sognante assolo
di synth che ci rimanda alla pinkfloydiana intro di Octavarium,
negli stacchi di piano alla Kansas, nei cori alla Queen,
nelle ritmiche spezzate alla Dream Theater, nei vocalizzi alla Teote dei
Queensryche, tutti nomi che fusi in un'unica anima ci ricordano
chi sono, e probabilmente chi rimarranno sempre gli Shadow Gallery,
capaci di aggiungere a questa base spunti jazzistici (di cui questo
pezzo trabocca) e chissà cos'altro.
Haunted (9:37): si finisce con una pseudoballad (difficile
utilizzare termini simili per descrivere le canzoni di questa band)
divisa un due parti, una parte lento-angelica, e una ripresa energica
classica per il prog metal dei nostri che non si smentiscono proprio
mai, ottimi i cori finali e la chiusura sui tamburi molto teatrale.
Pochi dischi ma buoni! una politica adottata raramente (vedi band come i
Tool) e sicuramente contrastata molto da quei fan che
desidererebbero un po' più di continuità, ma il sottoscritto resta
dell'idea che se i pochi dischi mantengono questa qualità ne va bene
pure uno ogni dieci anni, (anche perché un capolavoro l'anno non riesce
a sfornarlo nessuno) come non elogiare quindi i sei capolavori che
questa band ha sfornato in vent'anni? Poco rimane da aggiungere, se non
le solite lagne scontate di chi vede una band dal valore inestimabile
priva del successo che meriterebbe; un disco come questo in pochi
l'avrebbero tirarlo fuori oggi come oggi; e allora se su sette colli fu
costruita Roma, e se in sette giorni Dio creò la terra, come non dire
che in sette tracce gli Shadow Gallery risorsero da una temuta
tomba con un meritato trionfo?
Francesco Romeggini
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