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Shadow Gallery
prog
1992 - Magna Carta
(USA)
www.myspace.com/officialshadowgallery

 

"Shadow Gallery", "Carved In Stone", "Tyranny", "Legacy" e il recente "Room V": questa è la discografia finora realizzata dagli Shadow Gallery. Un capolavoro dopo l’altro in cui la massima espressione è raggiunta con il concept di "Tyranny"; tutto però poggia le più che solide basi sull’omonimo debut che ha visto la luce nel lontano 1992. Il gruppo americano, formatosi nel 1985, è stato da sempre considerato all’ombra dei Dream Theater. Su questo ha forse influito l’uscita nello stesso anno di "Images And Words", uno dei migliori (se non il migliore) album dei più blasonati compatrioti americani, e una non adeguata diffusione del loro nome da parte della Magna Carta. Fortunatamente ora sembra che il vento stia cambiando grazie al cambio di label e alla firma con la InsideOut che ha distribuito la loro ultima fatica. La band, nei cui thanks appare Dio sempre al primo posto, vede tra le sue fila, con la sua stupenda e passionale voce, Mike Baker, Carl Cadden-James al basso, ma anche al flauto e ai vocals, Chris Ingles a piano e tastiere, Brendt Allman all’acustic ed electric guitar. A questi si aggiunge il fantomatico Ben Timely, simpatico appellativo dato alla drum machine. Questa può essere considerata l’unica pecca del disco, ma i nostri rimedieranno presto trovando già dal seguente album uno stabile batterista.

Ma torniamo a questo pregevole debut intriso di un prog dalle molte influenze rock, su tutte quella dei Queen, non a caso infatti dedicato al grande Freddy Mercury che ha avuto una notevole influenza sull’intero gruppo ma soprattutto su Carl Cadden-James per la parte dei cori, questa particolarmente curata e riuscita. Notevoli sono tutti gli arrangiamenti vocali così come le melodie, di un’immediatezza e di una musicalità sopraffina. Immensa la loro genialità ed estrosità. Date le premesse sembra inutile decantare i 7 brani che compongono la loro prima uscita: uno più bello dell’altro. Gli inserti pianistici, gli ottimi guitar solos, l’ugola d’oro di Baker, un incisivo flauto si amalgamano infatti fra di loro offrendo geniali cambi di tempo e dando luogo a delle sensazioni incredibili che resistono al passare del tempo (stiamo infatti parlando di ben 13 anni fa!). The Dance of the fools, 7 minuti dal refrain delicato ma trascinante, propone una bellissima melodia creata dall’innesto della voce di Baker sulle note al piano di Allman. Il più gustoso antipasto che si possa avere per un ottimo disco. È un riff roccioso ad aprire Darktown, seguita da un’esplosione di prog cui si inserisce l’assolo di flauto suonato da Cadden-James. Fenomenale il cambio di ritmo: ad un inizio lento e cadenzato subentra una parte più decisa e veloce, sottolineata non solo dalla magistrale esecuzione strumentale ma anche dal tono più aggressivo del vocalist. Questa alternanza si ripeterà nel corso del brano guidata dall’ottima prova del tastierista. Della sinfonica Mystified non resta che rimanere estasiati dall’avvicendarsi del lead vocal e dei cori in un continuo rincorrersi e dall’ottimo guitar solo. Question at hand ha un inizio davvero travolgente intrapreso da dei decisi riff seguiti poi da un estasiante assolo di chitarra acustica. I cori finali anticipati dal piano sono inebrianti! Arriviamo così al brano più breve del lotto ma anche, ahimè, quello meno incisivo, The Final hour, che propone però un interessante solo neoclassico. In Say goodbye to the morning a seguito di un intro pianistico ritroviamo le influenze malmesteeniane che qui si fanno più marcate; ancora un altro geniale cambio di tempo e il ritorno del flauto accompagnato dall’onnipresente piano: il melodico refrain che ne viene fuori ti prende senza lasciarti andare.

A chiudere l’album ci pensa la stupenda, struggente e malinconica The Queen of the city of ice, una suite di 17 minuti. Un vero masterpiece. Qui c’è tutto, la summa dell’intero album aumentata esponenzialmente per intensità. Da sottolineare dopo uno scroscio di pioggia ed un inquietante tuono il monologo di Ken Sloyer accompagnato dalla chitarra acustica. Non c’è più molto da dire a parte "magistrale". Questi ragazzi della Pennsylvania sono stati assai sottovalutati: poco male, quelle menti incatenate forse da pregiudizi o giudizi affrettati non sanno proprio che si perdono; ciò che conta è quello che i nostri riescono ad esprimere con la loro musica che, benché se ne dica, è davvero di un altro livello.

Ilaria Ricci

VOTO

89

 

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