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Primo album,
quello di esordio degli Shining Star quando ancora si chiamavano
Fabio Rocha’s Shining Star e la cui formazione era ben diversa da quella
attuale: oltre a Rocha, troviamo l’energica e aspra voce di Nando
Fernandez (poi passato agli Hangar), i fratelli Andria (basso) e Ivan
(batteria) Busic (passati ai Dr. Sin). La presenza di Rocha non solo
come fondatore ma soprattutto come eccezionale chitarrista si fa subito
presente nella tetra Opening the skys, che crea un effetto
studiato con i rintocchi metallici che ricordano molto altre band
melodiche (ad esempio i Narnia) e dura solo un 1:30 ma ci conduce in quest’album
decisamente meno progressive rispetto al successivo "Enter Eternity".
Fatal mistake
punta subito sui due pilastri della formazione di allora, la voce e la
chitarra, coadiuvati da un testo molto interessate: "How can you say
there's no God up in the sky if you never searched, never tried to find".
E’ un invito alla ricerca dell’Assoluto perché solo dopo averlo
incontrato è possibile guarire dal proprio dolore. Gli assoli proposti
da Rocha sono ben due e promettono così scintille per il resto
dell’album.
Queste sono evidenti nella godibilissima
Storm: ci accoglie
Rocha ma è la potenza della voce di Fernandez a riempire l’intero pezzo:
di una ricerca fatta nel buio, con dolore e sofferenza, ma quando il
Sole prende il posto dell’oscurità, il ritmo finora un po’ monotono
della canzone lascia spazio al solo di Rocha, davvero eccezionale.
Master of the skies è il primo pezzo heavy, una straordinaria preghiera
al Padre dei Cieli. Finalmente presente la batteria di Ivan Busic, si
intreccia ai piacevoli cori del ritornello; canzone per nulla monotona
che cambia ritmo e si alterna alla chitarra di Rocha, ma sarà il riff di
chiusura la gradita sorpresa. Ad un certo punto, si sente l’avvicinarsi
di un treno, con tanto si fischio: è la seconda traccia instrumental
Last train che introduce Last train to heaven, un invito a prendere
l’ultimo treno per l’eternità. Benché l’effetto sia stato valido, poco
concepita risulta la canzone, a volte un po’ ripetitiva e che col ritmo
del treno della precedente ha poco a che fare; meno male che Rocha sa
tirare su il morale delle song ad ogni suo solo. La voce di Fernandez
cerca di adattarsi alla vera ballad dell’album I wish…, dolce e
struggente, e si alterna ai cori presenti fino a quando, verso la fine,
la voce del solista scompare insieme alla chitarra di Rocha che spezza
la monotonia del brano.
Con
You’re not alone arriviamo al pezzo forte dell’intero album:
"I feel, I
can see / In the cross he's dying for me / He paid the highest price / I
trust in his sacrifice / You know the history / Why don't you trust
him?".
Presente fin dalle prime battute la stessa voce cupa e tetra della prima
traccia; per tutto il brano è evidente il sostegno dato dalle tastiere
in organ groove a cui s’intreccia la chitarra di Rocha a concludere un
pezzo molto significativo.
Il ritmo
incalzante dell’inizio di Alive and well lascia spazio al piano e alla
voce in fase melodica, ma nel ritornello la chitarra ci riporta al
pianeta heavy in uno splendido solo di chitarra sorretto dalla batteria.
Da notare il grido sul finire della canzone che ci conduce indietro ai
gruppi anni ’80. Concludono l’album due pezzi instrumental:
Ivan’drum
solo, per tutti gli amanti della batteria, e 1000 years ago,
che bellissima
è dir poco!
Complessivamente è un album che si ascolta con piacere, breve e intenso,
e per essere stato il loro primo lavoro è concepito abbastanza bene.
L’unica pecca a mio avviso è l’eccessiva presenza della seppur
meravigliosa chitarra di Rocha, che salva davvero ogni pezzo. I
virtuosismi di Fernandez sarebbero stati meglio sostenuti dalla presenza
del basso e della batteria che si esprimono poco. Come genere, sembrano
più vicini al neoclassical che al power per eccellenza, ma per essere il
primo full-length non è niente male!
Roberta Cannone
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