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La presentazione ai metal(core) head con l'Ep "Wolves
In Sheeps Clothing", poi il full "When Breath Escapes", e nel
2005 i californiani Sinai Beach rilasciano quello che sarà il
loro canto del cigno, "Immersed", a suggello di una carriera
troppo breve ma che ha lasciato una scia ben visibile nel firmamento
metalcore-thrash. Il violento sound ricorda la svolta metalcore dei
Living Sacrifice, l'esecuzione è perfetta tanto quanto la
produzione, incluso il cover art, affidato al celeberrimo Travis Smith (Opeth,
Novembre, Death, Anathema, Testament,
Katatonia, Nevermore, Suffocation, Iced Earth,
solo per fare qualche nome). La professionalità e la ricerca quasi
pedante della perfezione estetica erano assurti a cavallo di battaglia
per il quintetto californiano.
Fluttuazioni industriali, slow breakdown con
backing elettronico visionario: opener "cum laude" è Apocalypse,
preludio al grido ringhiato di Obedience through desecration,
prepotente
metalcore innestato di grezzi cori e riff thrash-oriented. Evoluzione
verso il thrash-core in nuce dunque, che germoglia nel riffing stile
Living Sacrifice di The God I would be (So thank
God that I am not God / And praise Him for being nothing like me. / I
would have forsaken man. / So praise Him for being nothing like me. /
For those who ask, / He gives His grace kindly. / His forgiveness is
beyond me. / I would have let this world burn. And even to the
most perverted man, / And even to the most wretched man, / His glory and
mercy is given), la cui rabbia intrinseca si ingentilisce solo nell'atmosferico
angolo post-hardcore che appare e scompare per lasciare l'auditorium a
un pestato breakdown,
tra grida e declamati clean. Spesso la perla del platter è posta come
quarto episodio in scaletta, "Immersed" si adegua al trend proponendo la
devastante Necessary bloodshed, single video fatto di ritmi serratissimi, growlati
ringhiati e baritoni, stacco sludge ed un'esondazione di riff thrash:
meravigliosa traccia che sarà la prima che andrete a riascoltare
skippando, una volta terminato il Cd. A seguire i nostri pongono
una composizione estremamente ricca a livello scritturale, To the
church, carica di elettronica, seguita da Return to dust, in cui tutte le
orpellosità vengono accantonate con un brutale ritorno della trivialità,
tra chitarre malmenate e casse divelte: l'unico segno di umanità è un
trascinante quanto breve coro melodico, melodie rudi che ovviamente
nulla hanno a che spartire con le derive emo dei nostri giorni.
Ritmica ondeggiante e slow
massivo per His chosen fate, con registro vocale alla Metallica,
The stagnate è thrascore growlato ringhiato a tasso testosteronico
esacerbato, tra rallentamenti e chitarre cariche di pathos. Industrial atmosferico per il
minuto di Distressor, poi giù a clavare pelli e piatti con l'eruttivo
metalcore di The serpent's letter, e a macinare di doppia cassa con
Hellblaze.
A concludere questo album-gioiello i 5:20 di Ignoring the conditional
response, episodio però pleonastico, sicuramente omettibile, che
va a gettare una piccola ombra su un lavoro fantastico, il quale iscrive
di diritto i Sinai Beach tra i grandi di sempre della vasta scena
metalcore cristiana.
Vaake
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