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Eccoci all’esordio sulla lunga misura per la band californiana, album
che ha fatto drizzare le orecchie alla Victory Records, la quale non ha
perso tempo a ingraziarsi il quintetto, ciò non a torto visto che il
successore del presente lavoro non è niente di meno che un platter come
"Immersed"… e scusate se è poco! Inoltre il disco in oggetto
verrà poi ripubblicato sotto una veste grafica nuova nel 2006 proprio
dalla Victory. Com’è logico aspettarsi qui ci troviamo ad apprezzare un
lavoro dalle partiture ed attitudini decisamente più grezze, si badi
bene in senso relativo rispetto al succitato erede "Immersed", ma
non per questo meno apprezzabile sotto molti punti di vista. Forse il
vero tallone d’Achille risiede nella produzione che lascia alquanto a
desiderare, con un basso imboscato non si sa dove ed una batteria,
specialmente i piatti, non sempre ben bilanciata nel mix.
Dopo
una breve intro parlata i nostri, come loro costume, "thrashano fino
alla morte": nell’opener Candice ci si muove in un
universo di rallentamenti e cambi di tempo il tutto condito da uno
spiccato carattere hardcore, ciò che proprio non ci stava è l’inserto di
clean vocals che pare attaccato con lo scotch. Il massacro prosegue con
Man or animal, interessante l’inserto filtrato che fa
presagire alcune scelte stilistiche che l’act porterà a compiuta
maturazione nella loro seconda fatica discografica; ottimo il breakdown
finale che ha un attacco spezza-cervicale. Un po’ di groove non poteva
mancare e lo troviamo in Never say never, più azzeccate
risultano anche le clean vocals nel contesto generale, passiamo dunque a
…of a man che incomincia a sbilanciare la miscela sonora
verso ricette più metal, finché non arriva un ritornello pulito
veramente orrido che rovina il tutto. Per fortuna che dopo questo
capitombolo i ragazzi, fedeli ad un vecchio adagio popolare che incita a
rialzarsi subito dopo esser caduti, infilano nella tracklist una perla
metal di raffinata ferocia qual è Vile, impreziosita da
cambi di tempo dalla precisione chirurgica. Venendo a My gun, your
bullets, se non siete dei nerd per la fantascienza come me
difficilmente potrete riconoscere che il parlato all’inizio della
traccia è estratto dal film "Dune". Precisamente si tratta del momento
in cui il protagonista Paul Atreides, nell’economia del racconto vaga
figura messianica dai tratti antico-testamentali, spiega ai Freemen, una
tribù che abita (guarda caso!) il deserto, il funzionamento del modulo
estraniante, un’arma futuristica che trasforma la voce dell’utilizzatore
in micidiali proiettili sonici. Da questo è presto spiegato il titolo
della canzone, la quale a dispetto di ciò invece di essere un assalto
frontale senza compromessi com’era presumibile, è caratterizzata da un
groove molto intenso e godibile. Segue un pezzo più lento del consueto e
decisamente monolitico, ossia True false, qui il clean,
piuttosto malinconico, è promosso; stesso discorso vale subito dopo per
Humanity, fatta eccezione che lì il metronomo si riattesta
prevalentemente sui tempi isterici consueti del gruppo. A chiudere le
danze, passando per l’interludio di campionature Awakening the
forgotten, è posizionata la monumentale titletrack: la prova
alle pelli è sublime, i breakdown da pogo apocalittico ed infine, così
come si era aperto, il disco si chiude con un parlato.
Per
concludere nel platter rinveniamo qualche strafalcione qua e là, ma la
caratura sia tecnica che compositiva espressa dai musicisti è tale da
far sprofondare le gaffe in secondo piano, pertanto al di là della
tassonomia dei generi e sottogeneri, se vi piace il metal a muso duro,
allora correte a farvi la discografia dei Sinai Beach, a partire
da questo disco!
Daniel Djouder |