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SLECHTVALK
The War That Plagues The Lands
 
SLECHTVALK
Thunder Of War
 
SLECHTVALK
At The Dawn Of War
 
SLECHTVALK
An Era Of Bloodshed
 
SLECHTVALK
A Forlorn Throne
 
 

 

SLECHTVALK
Falconry
unblack
2000 - N.C.
(Olanda)
www.myspace.com/slechtvalkofficialmyspace

 

Non aveva neanche vent'anni Shamgar quando sull'esempio di Horde, Antestor, Vaakevandring e di allora pochissime altre band decise di utilizzare le sue notevoli conoscenze musicali per mettere in piedi un progetto da one man band legato a quella "strana" creatura che sempre più iniziava a prendere forma, il black metal cristiano, la più estrema espressione sonora di quella che è una scelta morale e metafisica già di per sé estrema, il Cristianesimo. Il progetto in questione venne chiamato Slechtvalk e nel tempo crebbe a dismisura arrivando ad includere ben sette membri e riuscendo ad dar vita ad un combo ora altamente professionale, autore recentemente di un autentico capolavoro quale "At The Dawn Of War", nonché del più bel Dvd white finora creato in ambito estremo - ma non necessariamente solo estremo - col sorprendente "Upon The Fields Of Battle". Ne è passata eccome dunque di acqua sotto i ponti, ma non crediate che questo debut sia un album acerbo, immaturo, da considerare non più di tanto ora, che sfigura se rapportato agli altri: macché, "Falconry" è grandioso! Un filo di sofferta malinconia pervade tutti i 44 minuti che presentano episodi letteralmente entusiasmanti. Il black melodico mai è ripetitivo e spesso azzecca melodie ultra accattivanti, le tastiere generano emozioni e l'esecuzione strumentale è pulitissima: ma forse a volte lo è troppo, e ci si accorge infatti ben presto del tallone di Achille del lavoro: l'uso a tratti esagerato della drum machine che crea ritmiche di una mitragliante ma soffice e pulita rapidità, che di umano ha ben poco, ascoltare per credere. Per il resto tutto è egregiamente ben fatto, dalle tastiere dark e sinfoniche all'abrasivo screaming, dai passaggi più oscuri al lavoro chitarristico, dalla buonissima produzione alla generale varietà del songwriting.

Cries of the haunted è l'opener. Inizialmente dark sinfonica tastieristica vi subentra una possente strumentazione che si evolve in un black melodico dalle inverosimili punte di velocità di doppia cassa, che comunque si prende delle pause per far maggiormente risaltare le eccellenti melodie nostalgiche: pausa atmosferica e proclami in clean, che torneranno all'interno della song, ed ecco riesplodere furiosamente il black melodico, per chiudere sfumando con le tastiere a farla da padrona. Segue T.M.B.W.G.M.N.L. (?!), introdotta da tastiere leggermente più inquietanti e lunghe distorsioni, ha diversi cambi di intensità ma si mantiene sostanzialmente soft per tutta la sua durata, in cui fa comparsa anche un coro solenne in clean: comunque l'episodio meno riuscito di "Falconry". Attacca furiosa invece la bella In hell I burn, dal sound a tratti possente ad altri tecnico e veloce, con pause atmosferiche, viscerali grida evocative ("Loorrrd!!") e black melodico toccante. Straordinariamente sopra le righe è l'intensità emotiva che riesce a generare la traccia che viene di seguito, My bleeding heart, dark solare, dai passaggi più oscuri, dalle sublimi melodie che inevitabilmente violentano qualsiasi cuore lo consenta. To praise the unpraised parte intensa ma poi si fa di nuovo melodic black oriented con la sapiente tastiera che implementa magistralmente il pathos; contiene inoltre uno stacco "impossibile" di doppia cassa (ossia di programmazione di drum machine). L'indice emozionale va fuori scala con la favolosa The satanic forest, ove la luminosa malinconia trae linfa vitale e forza delle tastiere sinfoniche e da un temporale di sottofondo che risulta un effetto indovinatissimo. Black più aspro e tetro si alterna più e più volte a quello solare nostalgico tipico dell'album in Consumed by flames, di quasi ben sette minuti di durata. My eternal beloved si presenta all'insegna delle distorsioni, chitarristiche e vocali nel growl che affianca lo screaming, ed è la traccia più tesa verso il doom dell'intera release. La nona e finale De verdrongen tekenen è lenta, solenne, proclamante, ma anche tirata, epic-oriented in alcuni riff e sinfonicheggiante nelle keys: degna chiusura!

Ricapitolando: one man band, neanche vent'anni e questo disco?! Complimentoni d'obbligo e tutto il rispetto possibile dunque per questo fantastico ragazzo olandese, l'eccezionale evoluzione della band ciò premesso era quasi scontata.

Vaake

VOTO

85

 

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