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Quella che è a tutti gli effetti La nazione del christian death metal fruttifica
anche tal terzetto i cui primi vagiti si sono uditi col demo del 1998
"World In Decay" e soprattutto con l'Ep di tre tracce, dalla produzione
ancora approssimativa, "Annulling Dark Forces". Nel 2003 i
brasileri riuscirono
nell'impresa del full-length, a seguito del quale però della band non si
seppe più nulla, essendo anche svanito nella ragnatela virtuale globale
l'official site. La proposta dei Spirit's Breeze è comunque
interessante: un brutale death metal intrecciatissimo, senza sostanziali
soluzioni di continuità - che non siano pause ritmiche fungenti da stop
and go dell'assalto oscuro - per tutta la durata delle otto
composizioni. La produzione è stavolta accettabile pur con delle pecche
marcate per quanto concerne il suono della batteria, la quale oltretutto
appare in rari tratti poco coordinata con l'ossatura portante composta
dal martellante basso di Camila (una ragazza) e dalla filante lead
guitar di Hurt, il quale si prodiga anche nel cantato con risultati
assai meno soddisfacenti rispetto alla sei corde, risultando il suo
growl non in toto all'altezza del dirompente tornado ritmico.
Colpisce moltissimo l'opener Black mass,
vorticosa ipercucita death/black track carica di blastbeats e rullate
killer, ma anche di stagnazioni ed alterazioni tempistiche: song
asfittica ed arrangiata in modo notevole. Segue Annuling dark forces
ove si ripete il furibondo ronzante e tecnicista: alterno è Hurt al
microfono che affianca ancor più che prima al growl lo screaming.
Potenza torbida è l'attacco grind di Eternal suffering, ma
presto torna ai consueti lidi compositivi che incantano strumentalmente
pur facendo storcere non poco il naso all'udire gli inserti vocali. Di
(non liete) novità in Holocaust c'è una certa, fastidiosa,
asincronia tra chitarre e drumming di cui accennavamo prima, ed un
proclama di voci sporche che comunque dona varietà; infatti giunti a
metà disco si iniziano a smorzare gli entusiasmi per la travolgente e
complessa irruenza del sound dei brasiliani, e si mette a fuoco come di
idee per dare personalità distinte ai brani non ce ne siano poi troppe:
andiamo affrontando dunque un corposo blocco monolitico, di caratura sì,
ma grave e sfiancante. La conferma l'abbiamo non con la modesta
Spiritual abomination, quanto con le successive Rites of penitence I
e Rites of pentinece II, che si incanalano sulla identica
scia delle prime track, tanto quanto la finale Satan's technology.
Ottime liriche centrate sull'operato pervertitore
di Satana nel mondo e sulle vie e conseguenti castighi della tragedia
della dannazione, musicalmente il giudizio è di certo positivo ma non
quel miracolo a cui si era indotti a gridare all'ascolto dei primi
minuti del platter. Sperando che "Eternal Suffering" non sia,
nonostante alcune lacune, il canto del cigno di questa taurinica band
consiglio a tutti i brutalissimi whitemetallers quantomeno l'ascolto
della small version povera e cristiana dei maestri Nile.
Vaake
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