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Se siete amanti del buon vecchio hard'n'heavy
classico, questo è di sicuro l'album che fa per voi. D'altronde la
madrepatria è la stessa - l'Inghilterra - che ha dato alla luce i
pionieri del genere, i "classici", tra i quali impossibile non
annoverare Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath,
e, più in là, gli Iron Maiden, bands (le ultime due citate in
special modo) che hanno influenzato enormemente il sound del gruppo che
andremo a trattare. Ma se da un canto la terra di appartenenza è la
stessa, dall'altro il periodo storico è completamente diverso, se si
considera che tra il loro debutto (1993) e quello dei fondatori del
genere (che hanno più o meno tutti pubblicato il primo lavoro attorno al
1968) ci sono 25 anni di differenza. Però la cosa che più distingue
questa band dai "classici" non è il periodo storico, né il peso che
hanno avuto per influenza nella storia della musica, ma le tematiche.
Sì, proprio le tematiche, infatti, mentre i testi dei "classici"
riguardano spesso e volentieri occultismo, sesso, droga e tanti altri
argomenti insani, gli Stairway, il nome dei nostri, fanno uso di
temi del migliore dei tipi, trattanti amore per il Signore e accenni
storico-biblici.
Si aprono i sipari con l'arpeggio di Battle of heaven, una
canzone calma e dolce da come appare, ma, lo sappiamo, e nella musica è
più che mai vero, l'apparenza inganna; ed ecco infatti che l'arpeggio
termina e di sottofondo scoppiano le chitarre, con un riff che va man
mano sempre a crescere in volume. I primi mini-solos non tardano ad
arrivare, precedendo di qualche secondo la voce di Graeme Lesile,
cantante della band. Circa al terzo minuto l'assolo principale, ove è
impossibile non notare una forte ispirazione della musica dei Maiden;
assolo inoltre che ricorda vagamente il power metal, che in quegli anni
muoveva i primi passi con band come Blind Guardian ed
Helloween, somiglianza che sarà visibile, o meglio udibile, nella
maggior parte degli assoli e mini-solos del disco, se non in tutti.
Spirit of guild comincia invece direttamente con un riff di
chiara derivazione sabbathiana, seguito da un altro minisolo, lo stesso
che segna il passaggio refrain-strofa. Segue la velocissima
Bondage, un pezzo power con tanto di doppio pedale e ancora
assoli che vanno ad intrecciarsi con i giri di basso e le parti cantate.
La successiva Meet the maker presenta caratteristiche
simili alla seconda traccia dell'album: non avrei nulla da aggiungere
non fosse per l'orecchiabile ritornello che una volta ascoltato non esce
più dalla mente. Anche la seguente Fly with the spirit non
si allontana troppo dallo stile finora usato, da segnalare solo
l'utilizzo da parte del vocalist del falsetto nella parte finale della
traccia. Tranquillizzante la voce che apre la canzone numero sei. Ci si
aspetta un veloce riff o un altro solo, come nelle canzoni precedenti, e
invece no: un dolce arpeggio continua a tranquillizzare l'ascoltatore. E
se nell'opener track la melodia iniziale era nient'altro che un'"overture",
nella ballad Sweetest song, dove il titolo parla da solo,
l'arpeggio rilassante e sognante rappresenta il tema principale.
Dopo questa piccola parentesi acustica si riprende con i suoni duri e
veloci ma melodici, che hanno caratterizzato le prime 5 tracce.
The great whore of Babylon, Walkaway, Black
be the night: i riff sono ancora aggressivi ed ispirati ai
"classici", intermezzati da assoli veloci e tecnici. Stesse
caratteristiche dicevamo, ma bisogna sottolineare che nessuna canzone è
troppo simile ad un'altra, insomma, non si ripetono affatto! Nota a
parte merita il pezzo di chiusura, Keep the fires burning,
ma non perché cambi lo stile, no: merita una nota a parte per il
semplice fatto che è aperta da un coro che riporta incredibilmente in
mente quello di In God we trust degli Stryper.
Complessivamente un buon album, un heavy metal con accenni power,
ascoltabile e accessibile per tutti, mai ripetitivo. Inoltre la ballad
impreziosisce ancora di più il lavoro, poiché fa variare ancora di più
lo stile della band e la carica emotiva della stessa.
Enrico Riccobene
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