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Ormai è evidente che Jason
Martin, la mente dietro gli Starflyer 59, è un genio. Pochi
artisti riescono a creare un progetto sperimentale negli Stati Uniti e
rimanere in affari per più di 15 anni, realizzando oltre 10 full-length
e numerosi Ep. Iniziando la sua carriera con lo spaziale "Silver",
proseguendo con il cupo "Gold", cosa avrà in serbo per noi Mr.
Martin con la terza tappa della sua carriera?
"Americana" è un album davvero particolare: lo shoegaze di questo
disco è meno aggressivo e rumoroso, focalizzandosi maggiormente su
arrangiamenti semplicisti ed atmosfere malinconiche, come si può notare
in pezzi quali The hearttaker e Harmony. Da
notare anche per la prima volta l’utilizzo di sintetizzatori come
strumenti principali. Sicuramente è tra i lavori più vari dei nostri,
contenendo pezzi influenzati dal lounge (You think you’re radical)
ed anche dal blues (The voyager). Poi ci sono episodi come
The translator e The boulevard che fanno
valere l’intero disco. Specialmente l’ultima citata, che con il suo
ritmo trascinante e melodie orecchiabili, risulta il pezzo più
irresistibile di tutto il platter. Poco convincenti però sono i vari
solos di chitarra leggermente stonati, ma il pezzo è comunque davvero
bello. Questo lavoro contiene anche alcune delle ballad più eccezionali
mai realizzate dai nostri, come per esempio Help me when you’re
gone, che con le sue atmosfere rilassanti e sempliciste incanta
l’ascoltatore. Chiude la simpatica Everyone but me, che è
descrivibile come un pezzo pop realizzato dai My Bloody Valentine.
Sicuramente non all’altezza dei primi due lavori, "Americana" è
comunque davvero un bel disco. Nonostante alcuni istanti leggermente
ripetitivi, e alcune stonature, rappresenta la chiusura del primo
capitolo della saga degli Starflyer 59, nonché l’ultimo album ad
avere una copertina monocromatica. Questo lavoro pur essendo semplice è
sicuramente da apprezzare. Consigliato a chi ama lo shoegaze e a chi
vuole riposarsi dopo una giornata di headbanging furioso.
Christopher Warman
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