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Un anno dopo l’uscita del
loro spettacolare debutto "Silver", gli Starflyer 59
realizzeranno un secondo lavoro, intitolato opportunamente "Gold",
con una copertina che segue le orme di quella dell’album precedente.
Mentre il loro debutto includeva sonorità spaziali ed ambient, questo
secondo lavoro, invece, è molto più cupo, grigio, e simile
stilisticamente ai My Bloody Valentine.
Apre rumorosamente A housewife love song, che mostra già
all’ascoltatore l’evoluzione del gruppo. In primis, si nota subito, nei
versi, che quel muro di suono che tanto caratterizzava il debutto è
totalmente assente, mentre appare solo nei riff e nel ritornello. Le
vocals, invece, sono meno gravi di quelle del debutto, lasciando più
spazio a melodie che alla musica. Notiamo anche che gli eco spaziali
sono totalmente assenti, e che la batteria ha un suono più chiuso. Come
pezzo, nel complesso, un fan degli Starflyer 59 non può chiedere
di meglio, come anche per il seguente Dual overhead cam, a
mio parere il migliore del platter. Apre con chitarre mute e vocals
misteriose, per poi entrare nel ritornello, nel quale riappare un muro
di chitarre distorte. Dopo il primo refrain, si passa ad un breve
periodo di stonature (a mio parere estremamente piacevoli) per poi
passare successivamente ad un solista blues. Molto bello il finale, nel
quale le chitarre sovrastano l’intera opera, chiudendo con vari suoni di
feedback. Bella anche la seguente, When you feel miserable,
pur non avendo molto di particolare. Particolare invece è You’re
mean, forse il pezzo più melodico e incline verso il pop che il
gruppo abbia mai realizzato finora. Si torna rumorosi con Stop
wasting your whole life/Messed up and down, che parte
aggressiva, per poi trasformarsi in un altro episodio melodico. Notevole
è Messed up over you, che con 6 minuti e 44 secondi segna
l’episodio più lungo, e forse anche più colmo di passione, dell’intero
platter, qui insieme alla seguente When you feel the mess,
melodica e molto malinconica. Con Somewhere when your heart glowed
the hope, ricompaiono leggermente quei sound spaziali ed ambient
del debutto, anche se per breve tempo. L’episodio seguente,
Indiana, invece è discreto, senza però essere nulla di troppo
interessante, anzi risultando leggermente noiosetto dopo un po’. Con
Do you ever feel that way gli Starflyer 59 realizzano
forse il pezzo più allegro che abbiano mai realizzato, ma è un'allegria
agrodolce, dato che ritiene sempre quella malinconia caratteristica
dell’intero Cd. Chiude l’album One shot juanita, molto
rilassante, ricorda la rifacitura di Monterey, apparsa su
"She’s The Queen".
Allora, c’è da chiarire subito che quest’album di certo non può essere
paragonato al suo predecessore. Inizialmente mi ha decisamente deluso:
non riuscivo a trovare niente che mi piacesse, e i pezzi li trovavo
tutti monotoni, depressivi e lunghi. Ma più lo ascoltavo, più venivo
attratto dall’ineguagliabile crescente bellezza di questo lavoro. Non
c’è ombra di dubbio che Jason Martin, il leader degli Starflyer 59,
sia riuscito nuovamente a creare un lavoro degno del loro nome. "Gold"
farà gola a tutti gli amanti della musica da sottofondo, musica
depressive, e sperimentazioni varie.
Christopher Warman
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