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Comincia nel 2002
a Grand Rapids, Michigan, la scalata al successo degli Still Remains,
metalcore band capace di conquistarsi fin da subito (e francamente
fatico a comprenderne il motivo) la fiducia degli addetti ai lavori,
tanto da trovarsi, dopo solo due Ep e un Lp all'attivo, con un contratto
firmato niente poco di meno che con la Roadrunner Records, ovvero una
delle maggiori case discografiche che producono e promuovono musica
metal nel mondo. Misteri della vita per il sottoscritto, ma tant'è. Dopo
l'album d'esordio, "Of Love And Lunacy" del 2005, accolto
positivamente da critica e pubblico, i nostri si ripresentano sul
mercato con questo "The Serpent", full-length che fa da apripista
a un tour mondiale in corso proprio in questi mesi e che li ha portati
anche da noi qui in Italia.
Dopo questa
piccola introduzione direi di addentrarci immediatamente in quella che è
la recensione vera e propria di questo lavoro. L'artwork è curatissimo,
ma d'altronde con una casa discografica di quel livello alle spalle
sarebbe stato quantomeno curioso il contrario. L'album consta
complessivamente di 10 canzoni, più una intro(la titletrack), e appare
fin dal primo ascolto come il lavoro più melodic-oriented, e
personalmente anche meno valido, degli Still Remains. Non che io
mi aspettassi sfaceli da un gruppo che certamente avrà avuto grande
successo commerciale e dimostrato nei precedenti lavori di sapersi
ritagliare un posto non da poco nello scarnissimo, qualitativamente
parlando (rispetto alla mostruosa quantità di band presenti) panorama
metalcore moderno, ma questo "The Serpent" è davvero di una noia
mortale. Nei primi lavori qualcosa da salvare lo si poteva anche
rintracciare, soprattutto nelle parti maggiormente aggressive, ma questo
full-length si rivela fin da subito quanto di più sentito, risentito e
banale possa esistere. Il cantato growl degli esordi sembra essere stato
quasi del tutto accantonato e il sound si è trasformato in quello di
una qualsiasi band emo-pop-punk presente sul pianeta con qualche minima
influenza death (sto quasi ridendo nello scriverlo) metal e, udite
udite, ciliegina sulla torta, una voce che risulta essere un misto ben
calibrato tra un Giorgio Vanni "denoiartri" (ve lo ricorderete in varie
sigle dei cartoni a fianco di Cristina D'Avena) e un qualsiasi cantante
modern rock anni 90 (scegliete voi… Staind, P.O.D,
Nickelback… è indifferente). Da segnalare perlomeno il buon lavoro
alle tastiere di Ben Schauland, ma certamente questo non basta a
sollevare le sorti di un disco privo di ogni mordente e che potrà al
massimo piacere a qualche fan accanito del genere (pop punk travestito
da metalcore), che troverà negli ultra-ripetitivi e banali ritornelli di
alcune tracce come Stay captive, The wax walls of an
empty room, e nei pochi episodi aggressivi dell'intero lavoro,
pane per i suoi denti (in questo caso Voto: 70).
Per tutto ciò che
ho detto sopra trovo inutile addentrarmi nell'analisi track by track
dell'album perché risulterei anch'io banale e noioso nel ripetere le
stesse cose per ogni singolo capitolo di questo "The Serpent",
album che, se siete degli appassionati ascoltatori del metal, quello
vero, vi lascerà quantomeno perplessi ai primi ascolti. Se poi avete
anche la pazienza di leggervi l'intervista in cui Tj Miller, preso credo
dalle crisi isteriche tipiche di molti cantanti emo sul palco, affermò
che questo sarebbe stato un lavoro più cupo e aggressivo degli altri e
che sarebbe dovuto essere ascoltato da tutto il mondo, beh allora potete
anche scoppiare a ridere e subito dopo,scuotendo la testa, eliminare
questo disco dalla vostra esistenza e memoria (il Voto si abbassa a 40).
Poiché io credo di essere un recensore giusto, quello che vedete qui
sotto non è nient'altro che una media nei due casi analizzati, pregando
Iddio che voi siate nel secondo.
Christian Khouri |