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L’interminabile silenzio che seguì l’uscita di "Prayers
From A Yearning Heart" aveva inconsciamente indotto ad archiviare
questo Ep quale parto unigenito di un monicker che più che band si era
presentato come un solo-project facente capo al norvegese Eirik Hellem
Bø. Sorprende quindi ritrovare d’improvviso gli Stronghold, sette
anni dopo quella release, con un full-length autoprodotto ma
estremamente professionale, figlio stavolta di un quartetto, nel quale
accanto al nostro - voce e chitarra - si sono affiancati Cato ai drums,
Erlend all'altra sei corde (Erlend che comunque già aveva collaborato
all’Ep) e Kristian al basso, questi ultimi due attivi pure nella
anch’essa risorta doom/funeral band conterranea Implacable.
Il sound di "Cult Of Remorse" non si discosta molto
dal vetusto Stronghold style, tuttavia si perfeziona e sviluppa.
Quindi siamo ancora in ambito black a-melodico con qualche passaggio
death e diverse sentenziosità doom; rispetto all’Ep però il black si fa
spesso raw e turbinoso e il death diviene di matrice swedish. Il primo
episodio del nuovo corso del sodalizio scandinavo è And venus
smote the heart of the heavens, sostanzialmente un mid-tempo con
alternanze pestate e altre vagamente progressive, in cui lo screaming
ringhia ma non penetra, e dove effettivamente la composizione risulta
prolissa nei sui otto minuti. A superare di nuovo – e stavolta
abbondantemente – questa soglia temporale (peccando ancora di pleonasmo)
è la subentrante Cult of remorse: stavolta a predominare è
il raw oscuro e invasato, non mancano le dilatazioni ritmiche corpose, i
minimalismi effettati e sospirati, ma soprattutto ad emergere è un gran
bel loop epico che ricorda molto i Crimson Moonlight di "The
Covenant Progress". Intermezzo, come da titolo, è una
breve strumentale, lenta, inquieta e con lead armonica, che ci conduce
alla best track dell’album, En orken av roser. Qui il giro
chitarristico è tenebroso, gli up-tempo più spartani e furiosi che mai:
la tempistica poi si acquieta, il finale è atmosferico. Ci imbattiamo
così in un’altra composizione di otto minuti, Chronos, che
attacca di puro swedish sporcato, il corpo centrale è black con
screaming caustico, il finale si riallaccia all’inizio, e qui il
registro vocale di Eirik flirta al growl. Altra song notevole è
Hybrid, possente, mitragliante ed epica, ingloba anche mid-tempo
e lunghe distese rarefatte dal mood aulico. Closing song affidata a
Purgatory, dicotomia di swedish death ed emozionali chorus
black melodici, la chiusa è un serrato avvolto da un notturno e gelido
manto di chitarre.
Un come back
davvero inatteso, "Cult Of Remorse" è un buon album, ma tuttavia
la band a mio avviso ha in nuce un potenziale sicuramente maggiore.
Estendere le partiture progressive, conferire maggior peso e più
meticolosa lavorazione a quelle doom-atmosferiche, e tagliare di netto
l’esubero di spesso inutili mid-tempo, potrebbe essere un interessante
viatico verso un auspicato futuro approdo ad un possibile disco - pietra
miliare per il genere (unblack).
Vaake
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