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STRONGHOLD
Prayers From A Yearning Heart
 
 

 

STRONGHOLD
Cult Of Remorse
unblack
2007 - Self
(Norvegia)
www.myspace.com/cultofremorse

 

L’interminabile silenzio che seguì l’uscita di "Prayers From A Yearning Heart" aveva inconsciamente indotto ad archiviare questo Ep quale parto unigenito di un monicker che più che band si era presentato come un solo-project facente capo al norvegese Eirik Hellem Bø. Sorprende quindi ritrovare d’improvviso gli Stronghold, sette anni dopo quella release, con un full-length autoprodotto ma estremamente professionale, figlio stavolta di un quartetto, nel quale accanto al nostro - voce e chitarra - si sono affiancati Cato ai drums, Erlend all'altra sei corde (Erlend che comunque già aveva collaborato all’Ep) e Kristian al basso, questi ultimi due attivi pure nella anch’essa risorta doom/funeral band conterranea Implacable.

Il sound di "Cult Of Remorse" non si discosta molto dal vetusto Stronghold style, tuttavia si perfeziona e sviluppa. Quindi siamo ancora in ambito black a-melodico con qualche passaggio death e diverse sentenziosità doom; rispetto all’Ep però il black si fa spesso raw e turbinoso e il death diviene di matrice swedish. Il primo episodio del nuovo corso del sodalizio scandinavo è And venus smote the heart of the heavens, sostanzialmente un mid-tempo con alternanze pestate e altre vagamente progressive, in cui lo screaming ringhia ma non penetra, e dove effettivamente la composizione risulta prolissa nei sui otto minuti. A superare di nuovo – e stavolta abbondantemente – questa soglia temporale (peccando ancora di pleonasmo) è la subentrante Cult of remorse: stavolta a predominare è il raw oscuro e invasato, non mancano le dilatazioni ritmiche corpose, i minimalismi effettati e sospirati, ma soprattutto ad emergere è un gran bel loop epico che ricorda molto i Crimson Moonlight di "The Covenant Progress". Intermezzo, come da titolo, è una breve strumentale, lenta, inquieta e con lead armonica, che ci conduce alla best track dell’album, En orken av roser. Qui il giro chitarristico è tenebroso, gli up-tempo più spartani e furiosi che mai: la tempistica poi si acquieta, il finale è atmosferico. Ci imbattiamo così in un’altra composizione di otto minuti, Chronos, che attacca di puro swedish sporcato, il corpo centrale è black con screaming caustico, il finale si riallaccia all’inizio, e qui il registro vocale di Eirik flirta al growl. Altra song notevole è Hybrid, possente, mitragliante ed epica, ingloba anche mid-tempo e lunghe distese rarefatte dal mood aulico. Closing song affidata a Purgatory, dicotomia di swedish death ed emozionali chorus black melodici, la chiusa è un serrato avvolto da un notturno e gelido manto di chitarre.

Un come back davvero inatteso, "Cult Of Remorse" è un buon album, ma tuttavia la band a mio avviso ha in nuce un potenziale sicuramente maggiore. Estendere le partiture progressive, conferire maggior peso e più meticolosa lavorazione a quelle doom-atmosferiche, e tagliare di netto l’esubero di spesso inutili mid-tempo, potrebbe essere un interessante viatico verso un auspicato futuro approdo ad un possibile disco - pietra miliare per il genere (unblack).

Vaake

VOTO

80

 

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