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Murder By Pride
 
 

 

STRYPER
Reborn
hard rock
2005 - Big3 Records
(USA)
www.myspace.com/stryper

 

Risorti dalle loro ceneri gli Stryper ritornano finalmente a calcare le scene dopo ben 15 lunghi anni dalla loro ultima uscita in studio, "Against The Law", seguita da una raccolta intitolata "Can’t Stop The Rock". Il gruppo californiano infatti, dopo aver raggiunto le più alte vette dell’olimpo dell’hard rock negli anni ’80 e ’90, si è sciolto troncando quasi ogni speranza per una futura e possibile reunion, ma è comunque riuscito a spianare tutte le profonde divergenze e sfornare un nuovo e fresco album.

Questo ritorno dopo così tanto tempo è chiaramente caratterizzato da molti cambiamenti. Prima di tutto nella line-up, con Tracy Ferrie che ha sostituito il bassista e membro fondatore del gruppo, Tim Gaines, ma anche dal punto di vista più prettamente musicale, sfornando uno stile a metà strada tra hard rock e puro heavy, e da quello estetico: i ragazzi abbandonano infatti le aderenti tutine giallo-nere per dare un’immagine certamente più matura e riflessiva; la foto della cover ne offre un gustosa prova. Ciò che non è cambiato è il messaggio che i nostri continuano a dare: incuranti delle pressioni ricevute in passato che gli intimavano di togliere il termine Isaiah 53:5, versetto della Bibbia da cui deriva il loro nome ("Per le sue piaghe noi siamo stati guariti"), e i termini Dio e Gesù dai testi delle loro canzoni, hanno continuato per la loro strada, divenendo i primi a dare vita e notorietà al christian metal e ad identificarsi con il genere white. Testi come Passion (Jesus Christ, I want to serve You / I want what You want for me / sacrifice, I don’t deserve You / through Your passion I am free) o If I die (You are the light / the moon in the night and the sun of every dawn / and I need Your touch to heal me / You’re the one that I glorify / […] If I die today / I know I can say / I don’t have one regret / ‘cause I own Your redemption) sono emblematici.

I padri del movimento metal cristiano sono quindi tornati con tutte le carte in regola offrendo un sound arricchito di alcune novità che piacerà ai vecchi fans ma che catturerà anche le nuove generazioni. L’hard rock che propongono ha delle sonorità molto moderne che sfociano nell’heavy ma dai melodici refrain, dai cori accattivanti (così lontani da quelli mielosi alla "To Hell With The Devil"), dalle chiare influenze bonjoviane riscontrabili non solo nel sound ma anche nel nuovo stile vocale di Micheal Sweet. Questo, nonostante non raggiunga più certi acuti, (ascoltare la nuova versione di In God we trust per fare un confronto!) è estremamente interessante per la sua aggressività e calore. Tutto questo è evidente già dalla bella opener, Open your eyes. Il primo di una serie di brani semplici ma incisivi, dal sound fresco e immediato. Il refrain ti prende così tanto da spingerti a cantarlo a squarciagola. L’inizio è di sicuro impatto. A seguire la title-track, Reborn dai pesanti riff iniziali ma che presenta nel suo catchy refrain un’irresistibile apertura melodica in cui sono presenti dei cori (I’ll crush the chains that bind / and make you feel you’re born again / Reborn again, reborn again). Lo stesso schema compositivo si ripete anche nei seguenti brani: in When did I see you cry le strofe più aggressive vengono addolcite dalle melodie del refrain e dalle care e vecchie parti corali. Qui è da sottolineare il bel giro di chitarra finale.

Make you mine è una tipica ballata dedicata ad un amore rifiutato ma deciso ad essere riconquistato con il ripetersi ossessivo di "I want to make you mine" preceduto da un assolo del sempre ottimo Oz Fox. Con Bon Jovi alle porte ecco la dolcissima Passion inno all’abbandono all’amore e volontà di Dio, seguita da Live again in cui si ritorna a ritmi più forsennati, più spiccatamente heavy. Incisiva la parte di lead guitar. Con Wait for You abbiamo invece una leggera flessione cui viene posto immediatamente rimedio con Rain. Parte con voce effettata If I die, brano che fa risalire il livello del disco scemato leggermente nelle ultime tracce, dai riff potenti e dal refrain da sicuro effetto. In 10,000 years gli Stryper tornano più aggressivi che mai, con un martellante giro di chitarra. A chiudere degnamente il loro ritorno una rivisitazione in chiave heavy di uno dei loro più celebri brani, In God we trust. Riascoltiamo dunque con immenso piacere i nostri cari "Lanciatori di Bibbie". Davvero un rientro in grande stile.

Ilaria Ricci

VOTO

86

 

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