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Risorti dalle
loro ceneri gli Stryper ritornano finalmente a calcare le
scene dopo ben 15 lunghi anni dalla loro ultima uscita in studio,
"Against The Law", seguita da una raccolta intitolata "Can’t
Stop The Rock". Il gruppo californiano infatti, dopo aver
raggiunto le più alte vette dell’olimpo dell’hard rock negli anni
’80 e ’90, si è sciolto troncando quasi ogni speranza per una futura
e possibile reunion, ma è comunque riuscito a spianare tutte le
profonde divergenze e sfornare un nuovo e fresco album.
Questo ritorno
dopo così tanto tempo è chiaramente caratterizzato da molti
cambiamenti. Prima di tutto nella line-up, con Tracy Ferrie che ha
sostituito il bassista e membro fondatore del gruppo, Tim Gaines, ma
anche dal punto di vista più prettamente musicale, sfornando uno
stile a metà strada tra hard rock e puro heavy, e da quello
estetico: i ragazzi abbandonano infatti le aderenti tutine
giallo-nere per dare un’immagine certamente più matura e riflessiva;
la foto della cover ne offre un gustosa prova. Ciò che non è
cambiato è il messaggio che i nostri continuano a dare: incuranti
delle pressioni ricevute in passato che gli intimavano di togliere
il termine Isaiah 53:5, versetto della Bibbia da cui deriva il loro
nome ("Per le sue piaghe noi siamo stati guariti"), e i termini Dio
e Gesù dai testi delle loro canzoni, hanno continuato per la loro
strada, divenendo i primi a dare vita e notorietà al christian metal
e ad identificarsi con il genere white.
Testi come Passion (Jesus Christ, I want to serve You
/ I want what You want for me / sacrifice, I don’t deserve You /
through Your passion I am free) o If I die (You are
the light / the moon in the night and the sun of every dawn / and I
need Your touch to heal me / You’re the one that I glorify / […] If
I die today / I know I can say / I don’t have one regret / ‘cause I
own Your redemption) sono emblematici.
I padri del
movimento metal cristiano sono quindi tornati con tutte le carte in
regola offrendo un sound arricchito di alcune novità che piacerà ai
vecchi fans ma che catturerà anche le nuove generazioni. L’hard rock
che propongono ha delle sonorità molto moderne che sfociano nell’heavy
ma dai melodici refrain, dai cori accattivanti (così lontani da
quelli mielosi alla "To Hell With The Devil"), dalle chiare
influenze bonjoviane riscontrabili non solo nel sound ma anche nel
nuovo stile vocale di Micheal Sweet. Questo, nonostante non
raggiunga più certi acuti, (ascoltare la nuova versione di In
God we trust per fare un confronto!) è estremamente
interessante per la sua aggressività e calore. Tutto questo è
evidente già dalla bella opener, Open your eyes. Il
primo di una serie di brani semplici ma incisivi, dal sound fresco e
immediato. Il refrain ti prende così tanto da spingerti a cantarlo a
squarciagola. L’inizio è di sicuro impatto. A seguire la title-track,
Reborn dai pesanti riff iniziali ma che presenta nel
suo catchy refrain un’irresistibile apertura melodica in cui sono
presenti dei cori (I’ll crush the chains that bind / and make you
feel you’re born again / Reborn again, reborn again). Lo stesso
schema compositivo si ripete anche nei seguenti brani: in When
did I see you cry le strofe più aggressive vengono addolcite
dalle melodie del refrain e dalle care e vecchie parti corali. Qui è
da sottolineare il bel giro di chitarra finale.
Make you mine
è una tipica ballata dedicata ad un amore rifiutato ma deciso ad
essere riconquistato con il ripetersi ossessivo di "I want to make
you mine" preceduto da un assolo del sempre ottimo Oz Fox. Con
Bon Jovi alle porte ecco la dolcissima Passion
inno all’abbandono all’amore e volontà di Dio, seguita da Live
again in cui si ritorna a ritmi più forsennati, più
spiccatamente heavy. Incisiva la parte di lead guitar. Con
Wait for You abbiamo invece una leggera flessione cui viene
posto immediatamente rimedio con Rain. Parte con voce
effettata If I die, brano che fa risalire il livello
del disco scemato leggermente nelle ultime tracce, dai riff potenti
e dal refrain da sicuro effetto. In 10,000 years gli
Stryper tornano più aggressivi che mai, con un martellante
giro di chitarra. A chiudere degnamente il loro ritorno una
rivisitazione in chiave heavy di uno dei loro più celebri brani,
In God we trust. Riascoltiamo
dunque con immenso piacere i nostri cari "Lanciatori di Bibbie".
Davvero un rientro in grande stile.
Ilaria Ricci |