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Era un’assenza che iniziava a gravare sulla scena white
quella di gruppi dediti al post-metal, al di là ovviamente dei ben noti
Callisto, tra le migliori espressioni del genere nonostante un
ultimo album rivedibile: moniker imponente sono i norvegesi Benea
Reach, ma il loro sound è sludge atmosferico teso con preponderanza
al metalcore più che al post-metal, stesso dicasi per i teutonici
Kashee Opeiah; anche i finnici Sàwol rientrano nel calderone,
tuttavia in essi è preminente la matrice doom/death, inoltre hanno
all’attivo appena un demo, seppur ottimo. Quando iniziava così a
serpeggiare una malcelata disapprovazione tra i christian metal heads
amanti di queste incantevoli sonorità, ecco spuntar fuori all’improvviso
gli Swallow The Ocean, dall’Arizona, act che si rifà fortemente a
Cult Of Luna e Isis ponendo l’accento su soluzioni
atmospheric sludge, ma abbondando in passaggi eterei e progressivi. Non
siamo al cospetto di una band clone, accantoniamo subito il possibile
equivoco: gli Swallow The Ocean riescono a infondere una
fisionomia alla propria musica, anche se, e questo è il loro attuale
limite, non sembrano mostrare un particolare profluvio compositivo,
prova ne è il fatto che il full si ferma a soli 27 minuti, riempiti da
diversi interludi, dove le tracce per quanto stupende tendono a
somigliarsi tutte un po’ troppo a livello di mood. Se questi sono gli
attuali limiti di una band al debut, tutto il resto è sorprendente:
dalla padronanza tecnica alla devastante produzione, dalle favolose
growl vocals di Rory Crumm alle incredibili emozionalità
che
riescono a plasmare, pervasive come si conviene e irroranti
per il post-metaller assetato di tali rade inebrianti sensazioni.
Un breve intro ambientale dà inizio al Cd, è Sirens
mourning, proemio all'intricata Amphibian dove
violenza ritmica e melodia onirica si stringono in un estatico amplesso;
le influenze di cui sopra ci sono tutte, lo stacco minimale innestato
tra detonazioni sludge ricorda moltissimo "Noir" dei Callisto,
ma molti elementi sono inediti, come l'azzeccata coralità clean ed il
finale pestato a velocità inconsuete. A seguire questa perla eccone
un’altra, Dancing upon a sunken vessel, oltre sei minuti
di magie e fomento, aperte e chiuse da un leggiadro ambient progressivo;
senza soluzione di continuità arriva Latitude, interludio
che si orienta al sintetico, con loop quasi industrial, ma è pur sempre
l’atmosfera a dominare lo spettro immaginifico. Si ridiscende
d'improvviso dal mondo delle idee con Sink or swim, dove
le partiture progressive incalzano, tanto quanto la cupezza, ottimo
l’utilizzo dei sospirati prima del riesplodere della telluricità sludge
e del nuovo ritorno alla progressività; la traccia non è finita e
probabilmente neppure le sorprese, ed infatti sul finale spunta dal
sound un affilato assolo. Altro interludio, è Archive,
scandito da un lento drumming sordo e sperimentale con rifrazioni
sintetiche che vanno ad ammantare tutto il resto. Traccia sette e siamo
innanzi ad un nuovo masterpiece di questo sempre più sbalordente
platter, Hands folded, eyes to the sky, keys, clean e
progressività più composta fino a deflagrare quasi death metal e tornare
ad un post-metal impostato su un metronomo che lascia stupiti; piccola
pausa, ed il tutto sfuria lambendo il black (!) con un lunghissimo deep
growl viscerale che lascia il segno. Per farci riprendere dallo shock e
per concludere rilassando è posta come closer la strumentale It's
safe to sleep now, un paio di minuti di atmosfere
melo-sintetiche che si spengono sfumando.
Ventisette monumentali ricchissimi minuti, ma bisogna
tenere a freno i facili entusiasmi perché l'oggettiva breve durata del
disco non li consente. Forse abbiamo scoperto una super band, ma per
averne la conferma dobbiamo attendere una loro produzione sulla lunga
distanza, che sopprima il latente rischio di ridondanza compositiva. Per
il momento comunque ce li godiamo. Finalmente.
Vaake |