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SWALLOW THE OCEAN
Swallow The Ocean
post-metal
2008 - Forgotten Empire Records
(USA)
www.myspace.com/swallowtheocean

 

Era un’assenza che iniziava a gravare sulla scena white quella di gruppi dediti al post-metal, al di là ovviamente dei ben noti Callisto, tra le migliori espressioni del genere nonostante un ultimo album rivedibile: moniker imponente sono i norvegesi Benea Reach, ma il loro sound è sludge atmosferico teso con preponderanza al metalcore più che al post-metal, stesso dicasi per i teutonici Kashee Opeiah; anche i finnici Sàwol rientrano nel calderone, tuttavia in essi è preminente la matrice doom/death, inoltre hanno all’attivo appena un demo, seppur ottimo. Quando iniziava così a serpeggiare una malcelata disapprovazione tra i christian metal heads amanti di queste incantevoli sonorità, ecco spuntar fuori all’improvviso gli Swallow The Ocean, dall’Arizona, act che si rifà fortemente a Cult Of Luna e Isis ponendo l’accento su soluzioni atmospheric sludge, ma abbondando in passaggi eterei e progressivi. Non siamo al cospetto di una band clone, accantoniamo subito il possibile equivoco: gli Swallow The Ocean riescono a infondere una fisionomia alla propria musica, anche se, e questo è il loro attuale limite, non sembrano mostrare un particolare profluvio compositivo, prova ne è il fatto che il full si ferma a soli 27 minuti, riempiti da diversi interludi, dove le tracce per quanto stupende tendono a somigliarsi tutte un po’ troppo a livello di mood. Se questi sono gli attuali limiti di una band al debut, tutto il resto è sorprendente: dalla padronanza tecnica alla devastante produzione, dalle favolose growl vocals di Rory Crumm alle incredibili emozionalità che riescono a plasmare, pervasive come si conviene e irroranti per il post-metaller assetato di tali rade inebrianti sensazioni.

Un breve intro ambientale dà inizio al Cd, è Sirens mourning, proemio all'intricata Amphibian dove violenza ritmica e melodia onirica si stringono in un estatico amplesso; le influenze di cui sopra ci sono tutte, lo stacco minimale innestato tra detonazioni sludge ricorda moltissimo "Noir" dei Callisto, ma molti elementi sono inediti, come l'azzeccata coralità clean ed il finale pestato a velocità inconsuete. A seguire questa perla eccone un’altra, Dancing upon a sunken vessel, oltre sei minuti di magie e fomento, aperte e chiuse da un leggiadro ambient progressivo; senza soluzione di continuità arriva Latitude, interludio che si orienta al sintetico, con loop quasi industrial, ma è pur sempre l’atmosfera a dominare lo spettro immaginifico. Si ridiscende d'improvviso dal mondo delle idee con Sink or swim, dove le partiture progressive incalzano, tanto quanto la cupezza, ottimo l’utilizzo dei sospirati prima del riesplodere della telluricità sludge e del nuovo ritorno alla progressività; la traccia non è finita e probabilmente neppure le sorprese, ed infatti sul finale spunta dal sound un affilato assolo. Altro interludio, è Archive, scandito da un lento drumming sordo e sperimentale con rifrazioni sintetiche che vanno ad ammantare tutto il resto. Traccia sette e siamo innanzi ad un nuovo masterpiece di questo sempre più sbalordente platter, Hands folded, eyes to the sky, keys, clean e progressività più composta fino a deflagrare quasi death metal e tornare ad un post-metal impostato su un metronomo che lascia stupiti; piccola pausa, ed il tutto sfuria lambendo il black (!) con un lunghissimo deep growl viscerale che lascia il segno. Per farci riprendere dallo shock e per concludere rilassando è posta come closer la strumentale It's safe to sleep now, un paio di minuti di atmosfere melo-sintetiche che si spengono sfumando.

Ventisette monumentali ricchissimi minuti, ma bisogna tenere a freno i facili entusiasmi perché l'oggettiva breve durata del disco non li consente. Forse abbiamo scoperto una super band, ma per averne la conferma dobbiamo attendere una loro produzione sulla lunga distanza, che sopprima il latente rischio di ridondanza compositiva. Per il momento comunque ce li godiamo. Finalmente.

Vaake

VOTO

88

 

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