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Primo album per Dharok (al secolo Derek James From),
polistrumentista canadese anima dei Sympathy, qui in veste di
one-man band supportato dalla drum machine, il quale ci propone una
formula musicale di brutal death tecnico con contaminazioni black, nel
segno di band quali Cryptopsy, Dimmu Borgir, Behemoth,
Morbid Angel ed Emperor. Si parte subito con la
title-track, una vera e propria dichiarazione del modo di
fare musica dei Sympathy: ci accolgono chitarroni che alternano
un riff su tempo medio ed una progressione di accordi a velocità warp
con fill di batteria e blastbeats, il tutto per portarci all’entrata del
growl lacerato di Dharok che urla "Father, Holy Father", a cui poi
aggiunge scream black style ed un intermezzo black sinfonico. Su
coordinate simili ci muoviamo con le seguenti Fey illusion
ed Occupy, in cui le tastiere si fanno sentire ancor di
più e il nostro Dharok butta dentro riff su riff delle chitarre
affilatissime, cambi di tempo, stacchi e ripartenze di matrice thrash:
decisamente due brani eccellenti. Partenza al fulmicotone, intermezzo
dall’incedere marziale e ripresa con struttura circolare per la
successiva Circe of light; passiamo poi alla notevole
Final ordeal che dopo un arpeggio noiseggiante si apre
con due chitarre fischianti ed un riffone che sembra uscito
dagli ultimi Decapitated, canzone che poi si svolge contorta ed
intricatissima mentre il growl si fa ancora più profondo e viscerale.
Arriviamo quindi all’incipit cadenzato di Cup of
demons che procede su tempi più umani mentre la voce si
avventura in frequenze al limite del pig squeal, il tutto condito da
backing vocals filtrate. Per Arise il canadese imposta di
nuovo il metronomo su velocità "viaggio nell’iperspazio" e scarica tutta
la sua brutale tecnica per il sano piacere dei nostri timpani
maltrattati, mentre nella successiva Realm of disease
accanto alla consueta violenza sonora ci godiamo uno stacco centrale con
riff folkeggianti. La traccia nove, Prelude and toccata In E Minor,
è uno strumentale di pianoforte dal carattere quasi scherzoso che
ripropone nella conclusione il proprio tema d’apertura con
un’interpretazione malinconica, mentre Christus factus est
è un mid-tempo dal sapore viking con coro polifonico di voci femminili.
Due tracce sicuramente ben confezionate, ma che lasciano più di qualche
dubbio sul loro amalgamarsi nel contesto, soprattutto alla luce
dell’ottimo lavoro fatto nelle song precedenti. A chiudere abbiamo
Immolation of the dragon, pesantemente black-oriented e
Death of immortals, secondo strumentale del disco che
inizia con un organo etereo per poi partire a razzo, ma che non aggiunge
molto a quanto visto finora.
In definitiva un ottimo album di sano death tecnico e
tritaossa, che non risente per nulla della presenza della drum machine
ed in cui è da segnalare l’uso oculato delle tastiere, mai invadenti o
fastidiose, tuttavia il voto risente della parte finale del disco, che
come accennato non regge il confronto con il resto della produzione.
Daniel Djouder |