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Dopo aver registrato le vocals per i primi due
album degli Zao, Shawn Jonas prende qualche anno di pausa per poi
tornare alla carica nel 2002 con un nuovo progetto sotto il monicker di
Symphony In Peril. Mentre il debutto del gruppo ("Lost
Memories And Faded Pictures") era un disco caratterizzato da un
suono caotico, molto simile a quello dei The Chariot, il loro
secondo lavoro ("The Whore's Trophy") è un disco molto più
compatto, che ricorda non poco i primi lavori degli Zao.
E’ una chitarra acustica arpeggiata ad introdurre l’album, per poi
essere interrotta delle chitarre esplosive della vera opener, For
now we see in a mirror, dimly, but then face to face. Subito si
presentano alle orecchie dell’ascoltatore le sonorità devastanti del
gruppo: vocals a volte screamate ed a volte cavernose, batterie in
costante martellamento, e un lavoro eccezionale da parte dei chitarristi
Andy e Joshua. Segue una delle highlight del platter: Stiletto.
Senza introduzione, il brano si presenta come un'esplosione devastante,
contenendo un ottimo breakdown a metà pezzo e un altro alla fine. Con
Seduction by design, il gruppo inserisce arrangiamenti più
complessi, che si avvicinano a sonorità swedecore, mentre l’andatura
dell’album viene rallentata da ...and she was drunk with the blood
of the saints, che è song interamente musicale, abbastanza
valida, ma nulla di estremamente speciale, utile però ad introdurre
l’aggressiva Revolving door romance. Segue la prima parte
della title track, The whore’s trophy I, pezzo violento ed
aggressivo con un ottimo breakdown e la ricomparsa di arrangiamenti
swedecore. Ma è nella seconda parte, The whore’s trophy II,
che troviamo un’altra highlight del Cd: parte in modo blando e
ripetitivo per poi trasformarsi in quello che è probabilmente il miglior
pezzo del disco. La seguente, Waiting to breathe, apre
direttamente con un breakdown e segue l’impostazione chaoscore del
debutto del gruppo, mentre This flame breeds disbelief è
un brano di poco più di un minuto, che però spacca di brutto!,
Inherent scars, invece, è la "ballad": parte lentamente per poi
far entrare tutti gli strumenti, lasciando le vocals in sottofondo,
ottenendo un effetto che si avvicina ad un post-metal, ma senza
esagerare. Ottima traccia per far rilassare un po’ le orecchie
dell’ascoltatore dalla furia distruttiva del platter. Per chiudere in
bellezza troviamo Aborting the fabricated, che fa chiudere
il disco in modo più esplosivo che mai.
Devo dire di essere abbastanza soddisfatto di questa release; anche se
qualche pezzo sa di ripetitivo, faccio i miei complimenti al gruppo per
aver creato un disco che raramente ha momenti di riposo, e che nel
complesso resta fresco e buono. Purtroppo però questo lavoro segna la
fine dei Symphony In Peril... peccato, mi sarebbe piaciuto
sentire cosa avrebbero proposto in futuro.
Christopher Warman
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