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SYNNŌVE
Synnōve
 
 

 

SYNNŌVE
The Whore And The Bride
unblack
2008 - Soundmass Records
(Australia)
www.myspace.com/synnovemetal

 

Molti si ricorderanno i Virgin Black, e come potrebbe essere altrimenti. La suprema gothdoom band australiana (nella figura di Brad Bessel, cantante/chitarrista) ha partorito i Synnōve, il cui interessante debut Ep Ŕ giÓ stato recensito su queste colonne. Gli ingredienti quindi per un grande full-length ci sono tutti...ed i Synnōve non deludono. L’approccio all’unblack metal dei nostri Ŕ marcatamente progressivo con notevoli e variatissimi cambi di tempo, intermezzi epici e lirici, break doom e death, influenze di metal classico nelle chitarre soliste e molto altro ancora. Quasi ogni canzone, quindi, si configura come una mini-suite. Grande la personalitÓ del quartetto di Adelaide, l’influenza principale sembra essere quella dei Dimmu Borgir (ed in ambito white qualcosa di Slechtvalk e Crimson Moonlight). L’ereditÓ dei Virgin Black si avverte soprattutto nelle meravigliose parti corali.

Particolarmente presente il tema del dualismo. A livello musicale si alternano momenti dolci, quasi melanconici, ad altri decisamente brutali. A livello concettuale, la cosa appare evidente fin dal crudo titolo del lavoro, con forti contrapposizioni. Nei testi, quindi Ŕ presente una Fede tormentata, e forse per questo, ancora piu’ vera: "My hate, your love; / My sin, your purity; / My pride, your grace; / Your cross, my freedom…", da Rhithms of the Apocalypse; "…Save me / from this rage. / Cleanse me / from this filth. / Release me / from this cage / Heal me from this wound…", da The last lament. Si parte con Funeral for innocence, molti stacchi doom e parti vocali da brivido. Rhithms of Apocalypse (un titolo un programma) Ŕ molto veloce, con interessanti vocals femminili. Poi arriva la title-track che supera i 7 giri di lancetta e che contiene un paio di assoli di batteria black!! Quindi Ŕ la volta di Nonservium, molto HMstyle, forse l’episodio meno ispirato. Ma si ritorna in pista con la splendida cavalcata goth di Sangreal. Altra grande song Ŕ la successiva The cry of creation, song elegantissima, tutta su tempi medio-lenti con bellissimi cori evocativi. Arpeggi e ritmiche tribali introducono The last lament che poi deflagra e quindi torna a rallentare in finale di partita. Chiude Lindisfarne tripudio di unblack abbinato a cori gregoriani che non lasciano indifferenti.

L’unico (piccolo) neo di tutto questo gran disco Ŕ che la variegatezza e molteplicitÓ stilistica proposta in qualche (raro) episodio diventa un po’ di maniera...per il resto nessun dubbio: un gioiello che brilla di luce propria nel panorama (fosco, oscuro e paradossalmente white) dell’unblack.

Daniele E.

VOTO

93

 

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