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Molti si ricorderanno i Virgin Black,
e come potrebbe essere altrimenti. La suprema gothdoom band
australiana (nella figura di Brad Bessel, cantante/chitarrista) ha
partorito i Synnōve, il
cui interessante debut Ep è già stato recensito su queste colonne.
Gli ingredienti quindi per un grande full-length ci sono tutti...ed
i Synnōve non deludono.
L’approccio all’unblack metal dei nostri è marcatamente progressivo
con notevoli e variatissimi cambi di tempo, intermezzi epici e
lirici, break doom e death, influenze di metal classico nelle
chitarre soliste e molto altro ancora. Quasi ogni canzone, quindi,
si configura come una mini-suite. Grande la personalità del
quartetto di Adelaide, l’influenza principale sembra essere quella
dei Dimmu Borgir (ed in ambito white qualcosa di
Slechtvalk e Crimson Moonlight). L’eredità dei Virgin
Black si avverte soprattutto nelle meravigliose parti corali.
Particolarmente presente il tema del
dualismo. A livello musicale si alternano momenti dolci, quasi
melanconici, ad altri decisamente brutali. A livello concettuale, la
cosa appare evidente fin dal crudo titolo del lavoro, con forti
contrapposizioni. Nei testi, quindi è presente una Fede tormentata,
e forse per questo, ancora piu’ vera: "My hate, your love; / My sin,
your purity; / My pride, your grace; / Your cross, my freedom…", da
Rhithms of the Apocalypse; "…Save me / from this rage.
/ Cleanse me / from this filth. / Release me / from this cage / Heal
me from this wound…", da The last lament. Si parte con
Funeral for innocence, molti stacchi doom e parti
vocali da brivido. Rhithms of Apocalypse (un titolo un
programma) è molto veloce, con interessanti vocals femminili. Poi
arriva la title-track che supera i 7 giri di lancetta e che contiene
un paio di assoli di batteria black!! Quindi è la volta di
Nonservium, molto HMstyle, forse l’episodio meno ispirato.
Ma si ritorna in pista con la splendida cavalcata goth di
Sangreal. Altra grande song è la successiva The cry of
creation, song elegantissima, tutta su tempi medio-lenti con
bellissimi cori evocativi. Arpeggi e ritmiche tribali introducono
The last lament che poi deflagra e quindi torna a
rallentare in finale di partita. Chiude Lindisfarne
tripudio di unblack abbinato a cori gregoriani che non lasciano
indifferenti.
L’unico (piccolo) neo di tutto questo gran disco è che la
variegatezza e molteplicità stilistica proposta in qualche (raro)
episodio diventa un po’ di maniera...per il resto nessun dubbio: un
gioiello che brilla di luce propria nel panorama (fosco, oscuro e
paradossalmente white) dell’unblack.
Daniele E.
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