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TEMPLAR
Dark Circus
heavy
2009 - Rotting Corpse Records
(Australia)
www.myspace.com/templarmuzic

 

Giungono dall'Australia con un carico di nomi noti agli aficionados del metallo cristiano i Templar, conosciuti (?) in passato col moniker Paradoxx, la cui line-up è composta da membri ancora attivi in Scourged Flesh e Grave Forsaken, e che nelle proprie releases ha ospitato big del calibro di Jani Stefanovic (The Weakening, Essence Of Sorrow, Crimson Moonlight, Renascent, Miseration, Mehida, ecc ecc...), Josh Kramer singer dei Saint e Torbjörn Weinesjö, chitarrista di Veni Domine ed Hero. Con un cast del genere ci si attende una produzione di alto livello, e l'aspettativa non viene delusa, anche per il fatto, sempre gradito, che la sceneggiatura risulta piuttosto originale: un heavy power possente che flirta al thrash più elucubrato e pazzoide (Tourniquet), ben farcito di campionamenti radiotelevisivi a mo' di concept, ed elementi industrial e darkwave, artwork incluso. L'act con questo "Dark Circus" firma la terza opera ufficiale, quella che può essere dell'affermazione, dopo il poco diffuso sei tracce Ep "Witch Hunt" del 2006 ed il full dell'anno andato "Preaching To The Perverted", scorso via invero piuttosto inosservato. 

Non mancano rallentamenti atmosferici e afflati orfici, ma per il resto si spinge di heavy/power, con bel clean dal registro interpretativo a tratti prog oriented, alternato al growl screamato, come già sperimentiamo nella seconda Dark circus, song di quasi sei minuti aperta e chiusa da industrialità, e nel cui corpo viene scolpito anche un tecnico assolo. Solito growl/scream e proiezioni horrorifiche nella mid-tempo Institution, si torna a pestare sia in potenza che velocità già dalla successiva Black scar, ottima traccia dal finale thrashy. Immancabile inserto, stavolta filmico, e Apostate's regret si distende come una dark ballad con refrain progressivo dal cantato alto; anche qui un assolone segna l'idea di una perizia tecnica di caratura per gli oceanici. Intenso il chorus nell'heavy massiva Fatalism, con Sweet misery ad introdurre è un parlato effettato che prelude l'irrompere di un sound sontuoso e dark di suadente piglio; e la composizione continua ad evolversi. Buona ma non aggiunge nulla di nuovo House is burning, a differenza della seguente Greenback nation: voce darkwave distorta nel silenzio, poi sprazzi metalcore con growl, thrash serrato con cori e clean tourniquetiani, influenza questa ribadita nella violenta prima e progressiva poi New year's revolution. A chiudere è un outro industriale con puntate techno, Dark circus reprise, caotica, drammatica.

Tre quarti d'ora di velocità, potenza e bizzarria, di composizioni complesse, di varie vocals intrecciate e alternate, e di tinte costantemente ombrate, per un disco non poco intrigante che potrà soddisfare diversi palati, probabilmente non di old-schooler, ma di metalheads di varie predilezioni stilistiche che però siano in cerca di sonorità che osino sperimentare ibridi, qui cupi, sulla carta persino improbabili. Ai Templar in questo buonissimo lavoro è riuscito quasi tutto. Band di cui sarà molto interessante tenere sott'occhio l'evoluzione compositiva.

Valerio Mei

VOTO

83

 

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