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Giungono dall'Australia con un carico di nomi noti
agli aficionados del metallo cristiano i Templar, conosciuti (?)
in passato col moniker Paradoxx, la cui line-up è composta da
membri ancora attivi in Scourged Flesh e Grave Forsaken, e
che nelle proprie releases ha ospitato big del calibro di Jani
Stefanovic (The Weakening, Essence Of Sorrow, Crimson
Moonlight, Renascent, Miseration, Mehida, ecc
ecc...), Josh Kramer singer dei Saint e Torbjörn Weinesjö,
chitarrista di Veni Domine ed Hero. Con un cast del genere
ci si attende una produzione di alto livello, e l'aspettativa non viene
delusa, anche per il fatto, sempre gradito, che la sceneggiatura risulta
piuttosto originale: un heavy power possente che flirta al thrash più
elucubrato e pazzoide (Tourniquet), ben farcito di campionamenti
radiotelevisivi a mo' di concept, ed elementi industrial e darkwave,
artwork incluso. L'act con questo "Dark Circus" firma la terza
opera ufficiale, quella che può essere dell'affermazione, dopo il poco
diffuso sei tracce Ep "Witch Hunt" del 2006 ed il full dell'anno
andato "Preaching To The Perverted", scorso via invero piuttosto
inosservato.
Non mancano rallentamenti atmosferici e afflati
orfici, ma per il resto si spinge di heavy/power, con bel clean dal
registro interpretativo a tratti prog oriented, alternato al growl
screamato, come già sperimentiamo nella seconda Dark circus,
song di quasi sei minuti aperta e chiusa da industrialità, e nel cui
corpo viene scolpito anche un tecnico assolo. Solito growl/scream e
proiezioni horrorifiche nella mid-tempo Institution, si
torna a pestare sia in potenza che velocità già dalla successiva
Black scar, ottima traccia dal finale thrashy. Immancabile
inserto, stavolta filmico, e Apostate's regret si distende
come una dark ballad con refrain progressivo dal cantato alto; anche qui
un assolone segna l'idea di una perizia tecnica di caratura per gli
oceanici. Intenso il chorus nell'heavy massiva Fatalism,
con Sweet misery ad introdurre è un parlato effettato che
prelude l'irrompere di un sound sontuoso e dark di suadente piglio; e la
composizione continua ad evolversi. Buona ma non aggiunge nulla di nuovo
House is burning, a differenza della seguente
Greenback nation: voce darkwave distorta nel silenzio, poi
sprazzi metalcore con growl, thrash serrato con cori e clean
tourniquetiani, influenza questa ribadita nella violenta prima e
progressiva poi New year's revolution. A chiudere è un
outro industriale con puntate techno, Dark circus reprise,
caotica, drammatica.
Tre quarti d'ora di velocità, potenza e bizzarria,
di composizioni complesse, di varie vocals intrecciate e alternate, e di
tinte costantemente ombrate, per un disco non poco intrigante che potrà
soddisfare diversi palati, probabilmente non di old-schooler, ma di
metalheads di varie predilezioni stilistiche che però siano in cerca di
sonorità che osino sperimentare ibridi, qui cupi, sulla carta persino
improbabili. Ai Templar in questo buonissimo lavoro è riuscito
quasi tutto. Band di cui sarà molto interessante tenere sott'occhio
l'evoluzione compositiva.
Valerio Mei
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