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Presentiamo l’ottavo album della band sudafricana
che dal 2007 ha base in America, tant’è che potremmo dire che questo è
il primo album americano del quartetto che è rimasto immutato nel tempo.
A tre anni da "Razor Burn", ci troviamo di fronte a un lavoro più
orientato verso il darkwave e il theatrical goth rock, un po’ Bauhaus,
un po’ Sisters Of Mercy per intenderci. Un lavoro ben fatto
potremmo già osare dire, poiché le liriche non esprimono solo il senso
cristiano nel quale questo gruppo lavora, ma si estende nel reticolato
delle analogie goth in cui i veri intenditori si riconosceranno;
potremmo dire che il presente lavoro apre il suo sound a molti
ascoltatori, dimostrandosi una scelta giusta per questioni di
evangelizzazione (o di marketing, fate voi).
L’album si fa ascoltare con piacere fin da subito:
Ivory (Part 1 and 2), è un pezzo da sapore orientale, ma
non sarà l’unico; le sonorità ricercate nel presente disco hanno tutte
questo sfondo levantino, propriamente indiano; la voce di Ashton Nyte è
più profonda, più marcata e per questo ancor più espressiva, teatrale
appunto come abbiamo già annunciato in apertura. Indian summer
rain, dal titolo significativo, è caratterizzata da chitarre
distorte, che accompagnano la voce sofferente dall’effetto gothic-rock.
Upon the water non si discosta molto dalle sonorità
precedenti, ma il suo arrangiamento è arricchito da altri "effetti
speciali"; anche in questo pezzo, le immagini della caduta e dello
rialzarsi grazie alla fede ritornano e si dimostrano come due capisaldi
tematici presenti in tutto il disco. Una delle mie song preferite è la
seguente A carnival of souls, che per un momento ho temuto
fosse una cover! La teatralità di questo brano è sublime ed è
impossibile non lasciarsi trascinare dal sound catchy. Frozen
invece è più darkwave oriented, sicuramente di meno impatto rispetto a
quanto stiamo ascoltando; il tema della pioggia ritorna con
Nothing like the rain, un po’ ripetitiva, ma estrapolata da
questo album meriterebbe un’attenzione in più. Due parole sulla
successiva Where the shadow goes, che ritengo essere una
delle migliori song grazie all’unione della personalità di Nyte e della
scelta di un suono davvero ballabile; tastiere acute e chitarre più
cattive condiscono il tutto. L’aver optato per l’inserimento dei pezzi
migliori sul finire dell’album, credo che sia stato giusto, oltreché
azzardato. Open e Prayer for the song sono
cloni meglio riusciti dei primi pezzi di questo disco, mentre una
commovente Alone conclude con passione questo full length.
Gli amanti del gothic più scuro, del darkwave
ballabile e non, si ritroveranno in questo congeniale lavoro fatto di
drammatica sofferenza, di melanconiche melodie e di angoscioso piacere,
insomma tutte quelle cose che piacciono tanto a chi ricerca la luce
nella profondità delle tenebre.
Roberta Cannone
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