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Definiscono la propria stilistica "metal'n'roll",
il che mi pare essere sintagma indicativo di nulla di quanto in realtà
propongono gli eclettici The Beneath, tecnicissimo act scioltosi
poco dopo l'uscita di questo sorprendente lavoro, il cui sound è una
specie di progcore che pesca melodie e vocals dall'alternative ma che
sfuria spesso e piuttosto volentieri di deathcore con growl cavernosi. E
non finisce qui: cavalcate power, pestaggi thrash, minimalismi,
interludi nostalgici e ottimi guitar solos...insomma, un disco
iridescente se ce n'è uno, che sedurrà i cercatori di sperimentazioni e
ibridi inediti in campo core.
La padronanza tecnica dei sei da Cincinnati è
impressionante, e la votano alla edificazione di song il più
scritturalmente variegate possibile, creando anche passaggi poco fluidi
ma il più delle volte realizzando autentici gioielli, a partire dalla
seconda in list The game, traccia di matrice prog con voce
acuta su cui si innestano metalcore growlato e melodie alternative.
Ultra catchy il refrain della successiva City of light,
title track che ricorre a momenti old school e a lontane sinfonie. Si
parte nientemeno che power con double bass andante, di lì A
dialogue incaglia nel solito crogiolo cupi breakdown con deep
growl; la song risulta però meno convincente delle precedenti. Dopo
Triumvirate, soffusa lenta danza di riff emozionali post
rock, giungono i sette minuti della complessa Ataraxia ove
emergono novità quali psichedelie, minimalismi ambient e anche
fusion-oriented, ma soprattutto un deathcore nerboruto ed un inatteso a
dir poco stacco thrash con assolo killer. Spettacolare la closer
The collapse, progressività e deathcore tellurico tra echi epico
egizi e un lungo solo che accompagna all'acutone prog, sigillo finale di
"City Of Light".
Se smaniate per un sound modernista ma non troppo,
che oltre alla perfezione tecnica ricerchi ossessivamente, e spesso
trovandola, l'originalità compositiva, l'epitaffio dei The Beneath
è un'opera che probabilmente stuzzicherà e forse persino soddisferà le
vostre fantasie.
Valerio Mei
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