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Secondo full-length per la band georgiana fondata dal
frontman Josh Scogin, ex niente di meno che dei Norma Jean e tra
l’altro unico componente originario rimasto dei The Chariot,
tanto che viene il sospetto che l’act post-core sia più una Scogin’s
band che una formazione autonoma. Come già si sarà intuito la formula
musicale del "cocchio" (monicker preso dalla storia dell’ascesa in cielo
di Elia in un carro di fuoco) si avvicina a quell’impasto di noise,
post-rock e hardcore che già il vocalist aveva proposto nella sua
precedente formazione. Il disco in questione ha una durata che si ferma
a poco meno di mezz’ora per dieci tracce, di cui le prime otto prendono
titolo dai versi di un poemetto demenziale circa un duello apparso in
varie versioni in rete. Nonostante questa bizzarra scelta le liriche non
sono sul versante demenziale ed anzi talvolta esplicitamente cristiane:
"O' death don't bother me tonight / be grace, my God, and stand still /
be grace my God / and send more minutes / for churches have nuns".
L’opener Back to back è di appena un minuto e
mezzo e subito abbiamo un piccolo condensato delle caratteristiche
artistiche dei nostri: screaming forsennato, anche se forse troppo
monocorde e che alla lunga nel disco stancherà un po’, dissonanze a
profusione, breakdown (non in stile mosh ovviamente), ed in questa
traccia in particolare uno stacco finale con campionamenti, voce e
batteria filtrate. Con la successiva They faced each other
si compie già un passo falso, niente di particolarmente differente da
prima, se non il fatto che la canzone è composta da due sezioni che si
avvicendano con l’unica variante di uno stacco con voci sussurrate, il
problema è che il risultato è piuttosto monotono, anche se il tutto è
controbilanciato dal fatto che la durata dell’episodio è di un paio di
minuti appena. Poco più lunga è They drew their swords che
sfoggia una partenza decisamente più veloce per poi proporre, come
prassi hardcore vuole, un breakdown, condendo il tutto ancora con
vocalizzi effettati. And shot each other è una canzone più
interessante rispetto alle precedenti con molti cambi di tempo e nel
finale lo sconcertante inserimento fra svariati campionamenti di un coro
pseudo-gospel dal suono piuttosto ebbro, che pare stia cantando seduto
in osteria fra una boccia di rosso ed una di nero. Tempo per maggiori
influssi rock con The deaf policeman, anche se ancora non
possiamo gridare al miracolo e bisogna sorbirsi di nuovo un
rallentamento nel finale con sola voce e batteria, altrettanto si può
dire passando al monotono incedere cadenzato di Heard this noise,
col suo ampio passaggio con voce, basso e batteria, una sorta di traccia
doom/post-metal non proprio riuscita. Finalmente qualcosa si smuove però
con Then came to kill, che dopo i campionamenti d’apertura
si svolge eclettica e varia deliziandoci con un po’ d’insano noise;
stavo quasi per candidarla come traccia migliore del platter quando
all’improvviso ho come avuto l’impressione che ci fosse un gatto che
miagolava alla luna davanti alla mia finestra, mentre invece erano
semplicemente le guest vocals di Hayley Williams dei Paramore,
che faceva orgoglioso sfoggio del suo timbro stridulo e irritante su
delle melense melodie di archi, non c’è che dire una scelta decisamente
infelice che va a rovinare clamorosamente un pezzo altrimenti più che
valido. Per fortuna l’episodio non si ripeterà più e con The two
dead boys ci riprendiamo un attimo dallo shock, una buona
canzone rockeggiante con la simpatica trovata di un finto finale, per
poi ripartire. Buona anche la penultima Forgive me Nashville,
con i suoi influssi fra lo stoner ed il southern rock e con la
partecipazione all’armonica di Aaron Weiss dei mewithoutYou. La
conclusiva The trumpet è una traccia a cappella cantata
dal coro gospel ad alto tasso alcolemico che avevamo prima incontrato,
piuttosto bruttina, francamente si poteva evitare, l’impressione che si
ha è che fra qualche intro di qua, qualche campionamento di là e qualche
bizzarria nel mezzo si sia tentato di raschiare un po’ il fondo per
arrivare alla mezz’ora di durata.
Di certo il giudizio non è dei migliori, quest’uscita non è
tale da essere stroncata di netto, qualche buona idea sparsa la si
rinviene, tuttavia bisogna ammettere che il songwriting è decisamente
carente non solo d’originalità, ma anche di sincera ispirazione, niente
che si possa minimamente avvicinare al naturale termine di paragone che
sono i Norma Jean e fra gli altri gli Every Time I Die.
C’è ancora molto da lavorare.
Daniel Djouder |