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Introdotti nel 2004 dal loro
debutto dal titolo interminabile, "Everything Is Alive, Everything Is
Breathing, Nothing Is Dead, and Nothing Is Bleeding", i The
Chariot sono diventati delle icone del mathcore, white e non. Nel
corso degli anni abbiamo seguito la loro evoluzione: il debut
caratterizzato da sonorità grezze e feedback onnipresenti, mentre l'Ep,
"Unsung", e il loro secondo lavoro, "The Fiancée",
entrambi caratterizzati da un sound che più eccentrico non si può. Ed
ora, con questo terzo full-length "Wars And Rumors Of Wars", il
gruppo dimostra un altro passo evolutivo. Più che evoluzione invece
direi una specie di de-evoluzione, dato che i The Chariot tornano
ad un sound molto simile a quello del debutto, però ripulito.
Come nel debutto, "Wars And Rumors Of Wars" abbandona tecnicismi
per un sound distruttivo, esplosivo, e sonorità bestiali. Come già
possiamo capire dalla opener, Teach:, il gruppo non è poi
cambiato così tanto: ci sono sempre quei breakdown spaventosi e, ahimè,
pezzi inseriti solo per prolungare la durata dei brani, come per esempio
il finale della succitata, che si trasforma in una cantilena
stonicchiata. Molto più interessante è la seguente Evolve.,
tra le migliori del platter, che contiene ritmi ossessivi e vocals di
sottofondo molto belle da parte dei due chitarristi. Purtroppo anche
questo brano viene rovinato nel finale da un’altra filler, utile solo
per far arrivare il brano ai 3 minuti. Niente male anche la seguente
Need:, pur non avendo molto per differenziarsi dal resto,
oltre alla sua breve durata. Inizia interessante la seguente
Impress., che però conclude molto in fretta per lasciare spazio
a un intero minuto di silenzio ed una chitarra assai noiosa che ripete
in continuazione lo stesso riff. Non posso fare a meno di saltare questo
finale terribile, passando così a Never I, la quale
contiene molti spunti originali nonché forse il primo vero e proprio
breakdown del gruppo in stile metalcore. Purtroppo anche questa volta si
decide di aggiungere un filler nel finale, e si tratta di una batteria
suonata violentemente, col gruppo che si mette a fischiettare
allegramente. Con Giveth i The Chariot creano un
brano molto interessante, con il loro primo approccio melodico (non
includendo Then came to kill, nella quale le vocals sono
state prestate da Hayley Williams dei Paramore), anche se per
breve tempo. Pezzo molto bello anche perché raggiunge i 3 minuti e 30
secondi senza l’aiuto di roba inserita a casaccio. La successiva
Abandon: è forse la traccia più "diversa" mai realizzata dal
gruppo, più che altro un interludio, aprendo con una chitarra grave ed
oscura per poi introdurre le sonorità caotiche tipiche del gruppo.
Daggers, invece, è il singolo, ed anch’esso tra i pezzi
migliori del platter. Segue Overseas, che, con la durata
di 45 secondi, non aggiunge niente al disco, se non una decima traccia.
Conclude con i suoi 6 minuti (record di durata assoluto per i nostri)
Mrs. Montgomery Alabama III., che però non è niente di
speciale, solo un tipico pezzo della band.
E’ innegabile che questo sia probabilmente il lavoro meglio riuscito dei
The Chariot, tuttavia ci sono due cose che ancora non vanno:
durata ed ispirazione. Sembra infatti che i The Chariot facciano
quasi fatica a scrivere pezzi che arrivino ai 3 minuti, sicuramente per
via della mancanza d’ispirazione, dato che se il gruppo l'avesse magari
farebbe a meno di filler inutili che stanno antipatici a tutti. Per
fortuna qualitativamente sono migliorati molto, ed anche nel sound.
Hanno anche finalmente smesso di intitolare i loro pezzi con nomi
interminabili. Comunque, se siete fan di metalcore e mathcore, non
perdetevi questo lavoro. Per quanto mi riguarda, da buon fan di Joshua
Scogin, aspetto ancora un album da 90 da parte dei The Chariot.
Christopher Warman
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