|
Prima di quello che
io mi sono permesso di nominare "Periodo della Grande Depressione Thrash
Metal", ovvero quel lasso di tempo che ebbe inizio idealmente nel 1991
fino ad arrivare alla seconda metà degli anni Novanta, la scena thrash
mondiale pullulava di numerose realtà, molte delle quali considerate di
"serie B", etichetta attribuita, questa, più che altro per meri motivi
di notorietà piuttosto che per effettive qualità artistiche, che si
dimostravano invece molto spesso di tutto rispetto. In questo periodo
molti nomi di spicco appartenenti a questo genere cominciarono a
rilasciare album dal sound non più intransigente come in passato e molte
volte anche di dubbia qualità. Oltre a questo tante bands più o meno
"secondarie" si sciolsero, soffocate da un mercato discografico sempre
più attento ad elargire contratti a gente vestita con camicie di
flanella, e nel quale la parola "thrash" suonava un po’ come scavarsi la
fossa da soli. Insomma, tutto questo discorso serve a spiegare che, come
tanti altri loro sfortunati "colleghi", questi The Crucified
scelsero un momento per proporsi davvero poco favorevole e ricettivo per
le loro sonorità, e questa forse è la causa principale della loro
sfortunata carriera caratterizzata dalla pubblicazione, a cavallo tra
gli anni ‘80 e ‘90, di una manciata di demo e un paio di full-length,
fino ad arrivare all’epilogo segnato da "Nailed/Take Up Your Cross",
un Best of - Compilation datato 1994 che pone il sigillo definitivo
sull’avventura musicale di questa band.
L’album che esaminerò in questa recensione è il
loro secondo e ultimo lavoro, "The Pillars Of Humanity" (1991).
Diciamo subito che questi californiani propongono un thrash venato di
punk e hard-core che trova diversi punti di contatto con formazioni
quali i primi (ma non quelli dell’esordio) Suicidal Tendencies,
ma anche con Nuclear Assault, S.O.D., Vio-Lence, e
D.R.I. Quindi parliamo di quella corrente che proponeva, oltre
alle solite ritmiche di chitarra Bay-Area oriented, anche velocità, voce
sgraziata ma pungente e brani diretti e mai troppo prolissi, ma al
contrario trascinanti e diretti come la vecchia scuola HC insegna. Tutto
l’album si assesta su livelli più che discreti, proponendoci dieci
schegge selvagge di crossover/thrash (attenzione, questo termine va
preso nella sua accezione originaria, non vi azzardate nemmeno a pensare
alla nuova, fasulla classificazione metal-core che sta imperversando in
questo periodo, che non è altro che death metal svedese ammodernato…),
dove si stagliano le vocals proclamatorie di Mark Salomon, con testi di
matrice cristiana uniti a tematiche sociali tanto care al genere
proposto.
Parlando più dettagliatamente dell’album in
questione, possiamo tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte
ad uno dei migliori album dediti al thrash-core che io abbia mai
sentito, dove si ergono brani dalla forza dirompente come la opener
Intro/Hateworld, contraddistinta da ritmiche incalzanti e
terremotanti che fungeranno da punto cardine per tutto l’album, come
viene infatti dimostrato subito dalla seguente It’s all about fear,
una vera sfuriata ai limiti dell’hard-core puro, intervallata di tanto
in tanto da rallentamenti che inducono al "mosh" e all’headbanging più
sfrenato. Di qui in avanti la velocità e un riffing tagliente ci
travolgeranno durante i quaranta minuti scarsi di questo "The Pillars
Of Humanity", con qualche accenno di relativa pace, come nella prima
metà di Path of sorrow, song che poi si trasforma nel
solito trascinante inno all’intransigenza sonora in cui possiamo trovare
uno dei pochi assoli presenti in questo lavoro, anche questo frenetico e
breve. Sembra che la band si cibi solo di pane e adrenalina, tanta è la
veemenza con cui affronta la materia musica contenuta in quest’album, ma
il tutto è comunque filtrato attraverso una buona capacità strumentale e
compositiva che riesce a tenere l’attenzione dell’ascoltatore sempre su
buoni livelli. Menzionerei ancora la splendida Focus, con
cori anthemici che mi hanno riportato in mente alcune cose degli
hard-corers newyorkesi Sick Of It All, la seguente, devastante
The strength e la conclusiva title-track che si divincola tra
riffs nervosi, ritmiche come al solito "indiavolate" e la voce
cantilenante del buon Salomon.
Che dire ancora? Questo album datato 1991 insegna
che gruppi come Municipal Waste e loro compagni di revival
thrash-core odierni non hanno inventato nulla, ma solo riproposto un
genere che addirittura si suonava già più di venti anni fa. Questo mi
preme dirlo, perché i nuovi ascoltatori di questo filone musicale
dovrebbero rendersi conto che per apprezzare appieno il presente è bene
conoscere bene il passato. Un passato che è d’obbligo riscoprire, e
perché no, cominciando anche, oltre ai nomi da me citati in partenza,
anche da questi The Crucified.
Infected |