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Sono sicura che al
solo leggere il nome di questo gruppo non scommettereste un centesimo
sul loro valore. Ma già al primo ascolto di "Plagues" lascerete
dietro la bizzarria di questo monicker e vi concentrerete sulla musica,
sull’incredibile scarica di adrenalina delle 10 tracce dell’album in
questione, da vera scossa tellurica. Ritorniamo sul nome, The Devil
Wears Prada, il cui significato è ben preciso: per vivere
intensamente la fede non bisogna mettere al primo posto delle nostre
priorità le cose materiali; il denaro e tutto il resto non fanno altro
che far perdere di vista quello che conta veramente allontanandoci da
Dio. Davanti a Lui, non conta apparire ma essere.
"Plagues",
che già nella sola prima settimana dalla sua uscita ha venduto ben
11.000 copie, è li terzo album studio dopo "Dear Love, A Beautiful
Discorde" e "Patterns Of Horizon" e rappresenta una
maturazione rispetto al passato e forse anche la definitiva
consacrazione di questo valido gruppo nel panorama metalcore, anche e
forse soprattutto in ambito europeo.
Il loro sound è
esplosivo, dirompente, un metalcore non scevro da svariate influenze
(swedecore su tutte), e vede l’alternanza di parti in scream graffiante,
growl cavernoso e clean tendente all’emo ma che ben si integra
nell’aggressività delle loro ritmiche. Al microfono vediamo alternarsi
così Mike Hranica, autore anche dei testi e il chitarrista Jeremy
DePoyster; l’ottimo brano You can't spell crap without 'C'
vede poi la partecipazione di Craig Owens (Chiodos). Si parte con
Goats on a boat, ritmiche serrate, riff corposi, con uno
scream penetrante e con delle tastiere dagli effetti organistici quasi
black-oriented. Si mantiene lo stesso frenetico ritmo con Number
three, never forget che non offre un attimo di respiro dalla
precedente: qui da sottolineare una penetrante ed elettrizzante
cavalcata di batteria e riff di chitarra. HTML rulez d00d
è poliedrica: alterna parti picchiate come non mai, ad altre, introdotte
dalla tastiera, più calme, su cui si inserisce poi sulla voce in clean
l’ansimante ed ottimo scream. E proprio una menzione speciale va alla
tastiera di James Baney onnipresente e decisiva nell’economia del sound,
capace di dare quel tocco in più. Si passa poi all’arrembante Hey
John, what's your name again? a This song is called
introdotta da note di piano ma dall’incedere aggressivo, intramezzata da
ipnotici riff e dal cantato pulito effettato.
Anche se i TDWP
si prendono una piccola pausa con Don't dink and drance,
corposa ma poco varia, ma chiudono alla grande con The scorpion
deathlock e con Nikel is money too. Alla fine non
posso far altro che consigliare caldamente "Plagues", una delle
migliori uscite per il genere, in questo anno.
Ilaria Ricci |