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A due anni dal primo
full-length fanno il loro ritorno sulla scena del metal estremo i The
Drowning, quintetto gallese autore di un doom/death monolitico e
possente, incentrato sull’annichilimento emozionale dell’ascoltatore. Le
influenze riscontrabili in questo lavoro sono le tipiche del genere:
dagli Anathema ai Paradise Lost e, occasionalmente, fanno
la loro comparsa anche i Paramaecium, signori indiscussi del doom
metal cristiano. I The Drowning amalgamano con grande sapienza le
diverse influenze al loro personale stile, creando un’opera maestosa e
imponente, che dimostra grande maturità, aiutati da una produzione
scintillante nella sua perfezione e dando largo spazio a chitarre e
voce, limitando al minimo l’uso del basso e della batteria, che spesso
si limita a scandire i lenti tempi delle canzoni.
Il disco si apre con l’intro dal sapore heavy di Bleakened wave,
brano nel quale il gruppo fa immediatamente sfoggio completo del proprio
repertorio, con una superba prova alla voce di James Moore, impegnato in
un alternanza di scream e growl non particolarmente originale ma
egualmente di grande bellezza. Il pezzo scorre senza lasciare
particolari emozioni. Più aggressiva si presenta Soulless harvest,
che nonostante i suoi toni lenti e ripetitivi (costante dell’intero
disco), trasuda una notevole dose d’aggressività e rabbia da ogni nota.
Un rallentamento al quarto minuto spezza la monotonia e dà nuovo vigore
al brano, lasciando spazio ad un buon assolo finale. In the fields
of solace è il brano più lungo, il più ricco e probabilmente il
migliore dell’album. Poche semplici note, lente e malinconiche, danno
l’avvio, a granitici riff e alla cadenzata batteria. Da questo pezzo
viene realmente realizzato il nome della band: la sensazione trasmessa
infatti è proprio quella di sentirsi trascinati sott’acqua, con gli arti
bloccati, incapaci di lottare od opporsi, con la sola possibilità di
osservare il sempre più rapido allontanarsi della luce che filtra
attraverso l’acqua, ben consci che essa seguirà l’oscurità eterna. I
The Drowning dimostrano anche di saper spezzare la tensione quando è
eccessiva; al settimo minuto un cambio di tempo scuote notevolmente
l’atmosfera, senza nulla togliere alla drammaticità del brano. Dopo
pochi minuti di furia, lo scenario cambia nuovamente. Ci si ritrova ora
in un cimitero abbandonato, accanto a lapidi scolorite e antiche croci,
mentre una lenta pioggia autunnale, che si ode in sottofondo, bagna la
terra riarsa dai mesi d’estate. Ricominciano poi i riff iniziali, in un
perfetto cerchio che porta alla conclusione dello stupendo brano, dopo
tredici minuti che paiono essere trascorsi in pochi attimi.
Il gruppo non ha però
intenzione di dare all’ascoltatore il tempo di riprendersi. Dopo pezzi
misantropici e lenti, parte la thrasheggiante Forever fall
rapida ed incalzante, ripetitiva ma per nulla noiosa, nella quale viene
dato un certo spazio anche alla batteria di Steve Hart. Riff tipicamente
doom, tempi molto lenti, un cantato in clean che si alterna ad uno
scream lacerante e spietato; è questa In sufferance.
Difficile descrivere le sensazioni trasmesse dal brano, che sembrano
stimolare il corpo oltre alla mente; la pelle si accappona, il cuore si
appesantisce e si riempie d’angoscia, mentre il grido straziato supplica
"Pray for me! Please, pray for me!". L’anima sembra realmente
straziarsi, ferita dalla crudele disperazione che colpisce con forza
incredibilmente pura e grezza l’ascoltatore. Questa prima parte del
disco si dimostra di notevole bellezza, sfortunatamente la seconda non
lo è altrettanto, e si limita spesso a ripetere quanto già comunicato
dal gruppo, pur restando su ottimi livelli compositivi. The ashen
light non è altro che un brevissimo intermezzo con il solo scopo
di introdurre la seguente Solitary white ship brano
piuttosto lungo, con riff interessanti ma non coinvolgenti, e alla lunga
stucchevole, sebbene i frequenti cambi di tempo nella seconda metà lo
rendano sufficientemente piacevole. Nonostante il melodico e struggente
intro, Flowers for the fallen lascia spazio al cuore più
marcatamente death del gruppo, nel quale il growl di Moore si fa se
possibile ancor più gutturale e primordiale, alternandosi in un ottimo
contrasto a brevi e frequenti stacchi soavi e nostalgici. Il compito di
chiudere il disco è affidato alla strumentale The last dance of
eve, che stimola nell’ascoltatore la riflessione e una sorta di
placida pace. Come i precedenti brani avevano scatenato ed esternato le
emozioni, in un selvaggio tripudio di rabbia e sofferenza, così le note
della song riconducono le succitate emozioni nel cuore dell’ascoltatore,
celandole nell’anima al riparo da indiscreti sguardi, congedandoci con
un ultimo, splendido assolo.
Le capacità che emergono dall’ascolto del Cd sono indubbie, e degna di
apprezzamento anche la capacità del gruppo di gestirle, avendone la
consapevolezza. Certo è anche che la lunghezza del disco e l’inevitabile
ripetitività presente nei brani stancano non poco l’ascoltatore, che si
ritrova con un senso di spossatezza non indifferente. Tutto ciò però non
lede l’opera che i The Drowning ci hanno donato, un bagaglio di
tristezza e malinconia con picchi di strazio e ira di grande bellezza,
che meritano la comune lode e la speranza in nuovi lavori del medesimo
livello.
Andrea Costariol
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