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"Once Beautiful" è
l'ultimo lavoro targato The Last Dance, che, purtroppo, da
qualche annetto non si fanno sentire, dato che quest'ultimo album è
datato 2005. Stilisticamente si assestano su una industrial darkwave
molto gradevole all'orecchio, caratterizzata da tonalità eleganti e
raffinate che comunque non collimano con atmosfere lugubri e oscure, che
invece sono proprie della darkwave solita. Naturalmente perno di tutti
brani è uno splendido ed abbondante uso di synth e tastiere, ma è forse
la capacità espressiva di Jeff Diehm dietro il microfono la loro
caratteristica peculiare. L'intero platter scorre molto piacevolmente,
raggiungendo picchi di assoluta bellezza sparsi qua e là.
L'opener Distantly
è pezzo molto atmosferico con un egregio uso dei synth, in maniera tale
da creare un'aura davvero particolare. Dopo una breve introduzione
interviene la voce che risulta essere piacevole e perfettamente
amalgamata all'insieme di beat e tastierine varie che intrecciano un
giro melodico raffinato e, a modo suo, brillante. Brillante come la
stessa title-track, la quale ha un incipit che mi ricorda quasi i
Qntal sia per sonorità che linea melodica. Anche in questo caso la
voce ha un ruolo centrale e sottolinea ancora maggiormente rispetto alla
traccia precedente l'atteggiamento "meno dark" se vogliamo di questo
gruppo rispetto ai loro colleghi. Pezzo che si mantiene comunque su
quelle che sono le coordinate stilistiche principali. Da segnalare un
ritornello molto piacevole in cui si esalta nuovamente il cantante e un
suo delle tastiere particolarmente raffinato e aggraziato. Chiusura in
crescendo. Nella seguente Secrets la voce (che si è capito
è uno dei fulcri su cui poggi questo disco) risulta effettata per lo
meno all'inizio, e forse così facendo perde un po' in efficacia ed
espressività; il brano si muove su una strutture simile alle altre
riscontrate sugli altri pezzi del full, ma vi è un continuo rinnovamento
nelle linee melodiche, nelle atmosfere, nell'uso dei synth. In
particolare il ritornello di questo pezzo risulta essere uno dei più
enfatici ed onirici, con una atmosfera elegantemente decadente, ma non
in modo eccessivo o pacchiano. Un filino sotto la media è forse
World down, intermezzo in cui non si riscontrano differenze
sostanziali con gli altri brani, se non l'incapacità di annoiare,
caratteristica che possiede d'altronde l'intero platter, nonostante una
struttura e delle linee melodiche semplici. December
potrebbe essere considerata la prima ballad del disco, dato che sia le
ritmiche sono in mid-tempo (molto più lente rispetto all'incedere delle
altre canzoni) ed anche i synth adottano soluzioni più fumose rispetto
al resto del Cd. Fanno una piccola comparsa anche un piano ed una voce
femminile senza i quali la preziosità del pezzo sarebbe stata
sicuramente inferiore. Magari sotto il punto di vista atmosferico il
miglior brano dell'album. L'unica pecca è la durata che non dà
all'ascoltatore il tempo sufficiente per godere appieno della bellezza
del brano. Quasi un preludio a quella che sarà poi la seconda parte del
disco, più introversa e riflessiva.
Con Whis me closer
si fa però un passettino indietro stilisticamente parlando, l'incipit è
quasi orientaleggiante con voce e tastiere ipnotiche. Presto però questo
connubio lascia spazio al ritornello senz'altro più catchy di tutti,
quasi in pieno stile "industrial made in Germany". Sostanzialmente si
basa tutto sull'alto coefficiente di coinvolgimento derivante dal mood
del chorus e pare una soluzione davvero azzeccata, dato che non ho
potuto esimermi dal praticare un po' di sano headbanging durante
l'ascolto. L'outro riprende il tema iniziale. Segue That never was,
in pratica la seconda ballad del disco. In questa fase dell'album
tendono ad alternarsi pezzi più energici ad altri orientati invece su
soluzioni maggiormente introspettive e riflessive. In questo pezzo è
particolarmente esaltato il lato lento e riflessivo dei The Last
Dance. Un brano che non si rivela mai particolarmente "aggressivo",
ma che invece si mantiene sempre su velocità mid/down-tempo e toni
piuttosto caldi. Una delle migliori prove del singer. In Special
little gift si riscontra un ritorno alle sonorità ed alle
ritmiche che nella prima parte del lavoro erano preponderanti. In
particolar modo lasciano il segno la voce effettata, l'incedere delle
strofe proprio dell'industrial più grezzo (in senso buono ovviamente),
l'uso dei synth fresco e particolarmente coinvolgente. Ed anche in
quest'occasione l'headbanging si è fatto sentire sul mio povero collo!
Come da copione dopo l'up-tempo di Special little gift,
Wake me screaming cambia del tutto connotati. L'intro è
abbastanza insolito: una chitarra arpeggiata accompagnata da un'altra
sei corde che traccia una melodia strisciante su di essa. Poi
addirittura ne spunta un'altra arrivando a creare un intreccio armonico
pregevole e di notevole impatto emotivo. Brano "acustico" rispetto ai
canoni soliti del gruppo, carico di pathos e capace di entrare
nell'animo. Purtroppo anche qui la durata troppo breve tronca
prematuramente un brano davvero di grande raffinatezza. Passando oltre,
Desperately still è un altro mid-tempo con voce
particolarmente espressiva. Una menzione particolare in quest'occasione
va fatta alle chitarre che assumono un ruolo davvero importante con un
mood strepitoso e ipnotico (forse qui ancor di più che in altri pezzi)
accompagnate delle sempre eccellenti tastiere. Inutile affermare ancora
una volta che l'atmosfera intrecciata è pienamente coinvolgente a
livello emotivo. Purtroppo, però, in tutti i dischi si giunge prima o
poi al suo "punto debole" (a meno che non si tratti di capolavoro) e
"Once Beautiful" non fa eccezione. Together alone
infatti è probabilmente la canzone meno "efficace" del full a causa di
un prestazione non eccellentissima del singer e dei synth incapaci di
mordere come loro solito. Nonostante tutto però il brano risulta
comunque piacevole e scorrevole, solo non al livello degli altri. E
prima o poi si giunge, però, anche al "dulcis in fundo" che nella
fattispecie è rappresentato da Become forever. Il disco si
chiude con questa track e non poteva concludersi in maniera migliore. La
prima parte è particolarmente rarefatta e dilatata sia nelle ritmiche
che nelle tastiere ed i synth. Le chitarre sono per gran parte assenti e
intervengono solo a dare sostegno alla struttura nella seconda parte, in
compenso però c'è davvero una bella prestazione del basso che si fa
apprezzare come non mai dall'inizio di questi 50 minuti di musica. Di
particolare effetto la chiusura che fa risplendere un testo di
particolare bellezza. Insomma un pezzo bellissimo!
In definitiva un lavoro
perfettamente riuscito in tutti i suoi intenti. Ogni singolo brano ha un
che di particolare che lo rende unico rispetto agli altri, un piccolo
gioiellino da gustare che non perde di brillantezza anche se estrapolato
dal contesto del platter. Appena si termina di ascoltare una canzone si
rimane pienamente soddisfatti, con l'esigenza di ripetere l'ascolto più
e più volte per verificare se ci siano dei piccoli sprazzi di luce che
non sono stati assorbiti a sufficienza e di cui non di è goduto a pieno!
Certo, non siamo di fronte ad un capolavoro, ma non credo che la
distanza sia poi moltissima. Soprattutto perché per tutti i minuti di
musica che vengono proposti l'attenzione dell'ascoltatore il disco non
cala mai, e non potrebbe essere altrimenti dato che i The Last Dance
non ne danno la possibilità, creando intrecci melodici pregevoli,
raffinati, eleganti ma senza scadere mai nel pacchiano o nel "già
sentito" e differenziandosi dalla massa con una proposta del tutto
personale e, per certi versi, fuori dagli schemi. senza parlare della
bellissima e molto espressiva voce di Jeff Diehm. Tutte qualità che non
sono poi così scontate come dovrebbero nella scena attuale. Se dovessi
invece elencare i difetti di questo "Once Beautiful", non saprei
davvero cosa scrivere! Per farla breve questo è un disco che farà
sicuramente la felicità di quanti si nutrono di queste sonorità e,
probabilmente, anche di chi non vi è molto avvezzo.
Enrico Maria Di Timoteo
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