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Dopo due anni, Bill Menchen, Robert Sweet e Rod Reasner
sono tornati a deliziarci con nuovo progetto che seguita la strada
intrapresa con il precedente full-length. Quaranta minuti di musica che,
se pur non distaccandosi dalle origini heavy dei componenti, ha in sé
una carica doom molto più marcata e un'altra prog in certi accordi di
chitarra.
Dominion and power è un’apertura in grande stile che riprende il sound
che abbiamo trovato nel primo album, solo che è più doom, più carico di
quell’aggressività repressa armonizzata dai riff, tanti e immancabili,
ma anche da un basso a tutto tondo, che chiude il pezzo col glissato.
Ancora una volta, la voce di Menchen è distorta, effettizzata, quasi
innaturale; ad ogni song questa caratteristica è accentuata e sostenuta
anche dal coro, anche se presente solo in pochi momenti.
Il basso, così come chiude, apre: Everlastings fire,
riffattissima song, segnala anche la presenza delle tastiere; la voce
qui sembra lontana, quasi evocativa, chissà se un growl vi avrebbe
trovato spazio. Solo lunghissimo di malmesteiana memoria. Passiamo alla
song più prog dell’album, Hailstones: voce doppiata, cambi
di ritmo improvvisi e curatissime rime fanno di 3:35 minuti qualcosa di
fulmineo, come la sua chiusura. Il titolo promette bene, difatti
Heavy laden è davvero un bel pezzo: ritroviamo tutta la dualità
di questo gruppo, un lato heavy classico e un altro stoner, con l’uso
massiccio dei sintetizzatori; ritmo geniale tra basso e batteria che si
fondono nei tempi dispari. Apertura ambient, ma subito si trasforma in
una tiratissima song, con le percussioni in accelerato: in King of
all kings ritroviamo anche una chitarra che si presta ad un solo
di magistrale esperienza. Raise 'm high (scritto proprio
così) è la più heavy del disco sia nelle battute, che negli arpeggi,
tanto che l’assolo sembra preso da qualche pezzo AOR di qualche decennio
fa. Notevole l’intro di Sacrificial blood, ma la
ripetitività delle battute è scongiurata da voce e chitarra che ci
offrono un duetto d’eccellenza. Ritmo in progressione ma molto doom è
Sea of Galilee, la cui parte migliore è il finale, ove la
chitarra di Bill Menchen trascina le battute sempre più lente, quasi a
simboleggiare un vero e proprio moto ondoso. Sulla scia grunge è invece
The clouds in cui la chitarra si esibisce in un assolo
struggente, mentre la cassa porta il tempo col doppio colpo del pedale;
la voce è sempre più ipnotica e monotona in questo pezzo, come in
diversi momenti dell’album. Si termina in bellezza con Under the
altar, in cui ogni strumento ha un posto di riguardo.
Una curiosità: l’artwork è dell’artista finlandese Jan
Yrlund, che racchiude un po’ il senso delle lyrics dai temi
apocalittici. Disco ben prodotto e ben arrangiato, forse un po’
monotono. Chi ha amato e continua ad essere un nostalgico di Ozzy e dei
Black Sabbath, non potrà fare a meno di ritrovarci molte
sonorità. Forse, è proprio questo che manca ancora nei The Seventh
Power: non far ricordare nessun altro gruppo! Ma siamo fiduciosi.
Roberta Cannone |