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Tre artisti che provengono, potremmo dire, dalla storia del
christian metal, e che si sono messi in gioco in un progetto nuovo,
originale, che pone in rapporto l’heavy in cui sono cresciuti al doom
più classico, passando per quella sperimentazione tanto agognata dal
pubblico ormai abituato a nuove, moderne, musicalità. Potremmo definire
il progetto The Seventh Power un bell’esempio per quelle nuove
generazioni che vogliano dare un contributo fresco al panorama metallico
di stampo cristiano. Voce, chitarra, tastiere e songwriting
sono di
Bill Menchen, dei Titanic (ex Rev Seven), la batteria è
di Robert Sweet degli Stryper e di DBeality (ed ex
Titanic) e il basso è di Rod Reasner, ex Final Axe. Insomma,
gente che si conosce bene.
E si parte con una chitarra "rumbling", vale a dire che
possiede un ritmo sostenuto ma sordo, per
Christ died,
una delle più belle song dell’intero album: "Christ died / and now he
has been raised / He's alive / and now he must be praised"; la voce
metallica e distorta nel ritornello già ci apre a questa novità, che
forse non sarà apprezzata dagli aficionados dell’heavy di qualche
decennio fa. Ampio fluire dell’assolo di Menchen; da notare il ritmo
fatto di piccole e impercettibili (quasi) pause. Una delle più doom,
Enthroned, si apre con un riff possente che viene mantenuto
fino alla fine; un piccolo coro canta "Holy holy holy lord God almighty",
mentre le sei corde scorrono palesemente effettate. È un susseguirsi di
effetti distorti, che ricorda molto le sperimentazioni nu-metal, a cui
si aggiunge anche il ritmo sincopato della batteria in chiusura. In
Eyes in the skies s’inserisce il piano all’apertura, nel
ritornello e in chiusura quando duetta con la chitarra e con il basso,
protagonista di buona parte del pezzo, sia con le scale sia con il
glissato sul finire del brano e risulta essere, musicalmente parlando,
uno dei pezzi migliori contenuti in questo progetto. Un’apertura dalle
corde di chitarra taglienti ci apre a Far from fear, a cui
si inseriscono basso e batteria; primo cambio di tempo quando la voce si
fa presente, mentre le tastiere che la sostengono hanno un sapore
industrial; ad un certo punto la song si arresta, per riprende con un
sound davvero più heavy e l’assolo ha forma più pura, direi più
autentica. Seconda chiusura e secondo ripresa: la batteria vive il suo
momento di gloria, mentre Menchen riprende la melodia iniziale, benché
ritornino i giochi elettronici. Brano più andante ma che si rinforza
solo nel ritornello, Heavens gates è arricchita dalle
tastiere e dal piccolo coro; sembra una di quelle canzoni futuriste
tipiche degli anni ’80 (avete presente la psichedelia di quei tempi?
Bene, in quel modo).
In Human
sacrifice è la batteria la vera protagonista del pezzo, anche se
i riff iniziali, tiratissimi, possono indurre a pensare alla solita
heavy song; bello il ritornello: "I believe that Jesus Christ / is the
human sacrifice / I believe that the Savior lives / long live the King
and He lives long".
Da notare è
l’uso dei piatti nel solo e il gioco della batteria sul finale del
pezzo. Con Emotion motion ritorniamo alla sperimentazione:
liriche semplici, anche troppo, tanta distorsione nella voce e della
chitarra; song ripetitiva, insistente e anche un po’ buffa. Davvero un
peccato! Si torna alle cose serie, tante tastiere per un effetto doom
ben gradito: Possessor of you è in linea col meglio del
full-length, tanto da imporre piacevolmente il suo ritmo. Apparentemente
instrumental, Seven golden lampstands marca i numerosi
virtuosismi di tutti gli elementi e solo una voce pesantemente growl,
che rappresenterebbe il Signore, lascia intendere piccole verità di fede:
"I'm Jesus / I know you're / a sinner / I died / on a cross…". E si
chiude in bellezza con The power, pezzo che si apre
pienamente heavy con intermezzo di piano e voce che sussurra: "Christus
Omnipotentia Eccum Anastasis", nella migliore della nuova tradizione
gothic. Un misto di sperimentazione e di gradito retrò, in questo
progetto che è stato solo il primo dei The Seventh Power.
Aspettando di ascoltare il nuovo venuto.
Roberta Cannone |