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THE SOULS UNREST
The Souls Unrest
death
2006 - Bombworks Records
(USA)
www.myspace.com/thesoulsunrest

 

Ascoltandolo si fa fatica a credere che questo self-titled sia l’album d’esordio per il quartetto estremo di Marietta, Georgia, tanto i The Souls Unrest  ci propongono una musica elaborata e matura; altrettanta fatica si fa a credere che dopo una così pregevole prova oramai del gruppo non sia rimasto nessun’altro che il cantante-chitarrista Blaze Pearson, e purtroppo questo pare un trend con cui le band nell’underground sono costrette a fare i conti, cioè formazioni che dopo brevi fiammate si spengono per sparire definitivamente. Eppure i problemi dovevano essere nell’aria se già l’album risulta diviso in due sezioni, che prendono nome dai rispettivi studi d’incisione, registrate l’una nel 2003 e l’altra nel 2004: la prima detta "Ledbelly session" accoglie l’act a ranghi completi con Josh Weaver alla chitarra e Melanie Weaver al basso e comprende le prime tre tracce, mentre la seconda "Hairy Breakfast session" vede rimasti il batterista Lee Smith oltre al già citato Pearson e ci lascia le conclusive quattro canzoni.

La proposta musicale dei nostri sembra abbia procurato qualche problema di tassonomia fra gli osservatori, la band si autodefinisce progressive technical brutal metal, ma se la prima parte della definizione appare calzante cogliendo nella musica dei nostri la commistione fra la sperimentazione ritmica e le complesse architetture di animo progressive accostate al manierismo cervellotico ed ai dissonanti riff atonali del miglior technical death, un po' meno convincente e forse fuorviante è l’inclusione nel sottogenere brutal. C’è da dire che mai la band cerca la velocità fine a sé stessa, privilegiando piuttosto lo spunto espressivo, tant’è che rari sono i blastbeats; poi perfino il growl, seppur in puro stile death, non risulta profondo ed incomprensibile come nel brutal. Caratteristiche queste che appaiono chiare fin dall’opener Rising, traccia che si svolge su tempi del tutto umani, con riff corposi ed efficaci, dove sopra al resto colpisce lo spastic drumming dispari, preciso ed incessante, che si manterrà su alti livelli per tutto il platter. Una vera perla sono i quattro minuti e quaranta della seguente Freedom che alterna repentinamente riff granitici di matrice sludge con accelerazioni death in maniera del tutto imprevedibile, aggiungendo un breve intermezzo doom arpeggiato prima dell’assalto finale: nel tutto spunta uno screaming affilato e ferale che va ad affiancare l’ottimo growl. Veniamo all’incipit quadrato di A deadly poison, che si evolve poi nello stile contorto del technical death, con un fiume in piena di cambi di tempo e riff che si susseguono senza sosta. Siamo giunti alla seconda parte del disco, che risulta essere anche quella più aggressiva: ce ne dà prova Axehandle che nel riproporci il consueto alternarsi di sfuriate e rallentamenti possiede in ogni passaggio un’asprezza sconosciuta alle tracce precedenti, sicuramente questa è un’altra canzone di spicco da segnalare. Il lungo intro di due minuti al principio di Thunderbolt non pesa per nulla, complici due chitarre perfettamente armonizzate e mai noiose che esplodono poi in sfoghi questa volta sì brutal, ma sempre ultra-tecnico, accompagnate da un growl ulteriormente incattivito e raschiato. Il riff iniziale di Though I fall è forse un po' troppo simile ad un paio d’idee proposte nella song precedente, fatto che unito ad una conclusione ingenuamente repentina rovina alquanto la godibilità di un episodio che altrimenti sarebbe di tutto rispetto. A concludere troviamo Unibrow, canzone sicuramente più impetuosa dell’intera produzione, che ci mostra un gruppo in grado di sapersi esprimere efficacemente mantenendo per tutto lo svolgimento un’attitudine estrema.

Passando alle note dolenti bisogna segnalare che il platter, pur essendo ufficialmente un full-length, ci regala effettivamente solo circa 27 minuti di musica, in altre situazioni sarebbe istintivo esprimersi con veemenza contro un disco di durata così striminzita, ma considerando le specifiche vicissitudini della band che ha finito di registrare perdendo svariati componenti lungo la strada e riuscendo ciononostante a regalarci un lavoro decisamente interessante, si può anche sorvolare sul fatto che magari tre o quattro tracce in più ci avrebbero fatto ancor più contenti, rendendo probabilmente anche il disco ancor più memorabile. In chiusura un’uscita elaborata ed ispirata, consigliata anche a chi non ama il metal estremo. Per il resto rimanete sintonizzati per nuove notizie dai TSU, Blaze ha fatto sapere che a breve ci saranno novità e nuovo materiale, se il livello qualitativo sarà lo stesso è garantito che ne sentiremo delle belle.

Daniel Djouder

VOTO

80

 

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