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Ascoltandolo si fa fatica a credere che questo self-titled
sia l’album d’esordio per il quartetto estremo di Marietta, Georgia,
tanto i The Souls Unrest ci propongono una musica elaborata e
matura; altrettanta fatica si fa a credere che dopo una così pregevole
prova oramai del gruppo non sia rimasto nessun’altro che il
cantante-chitarrista Blaze Pearson, e purtroppo questo pare un trend con
cui le band nell’underground sono costrette a fare i conti, cioè
formazioni che dopo brevi fiammate si spengono per sparire
definitivamente. Eppure i problemi dovevano essere nell’aria se già
l’album risulta diviso in due sezioni, che prendono nome dai rispettivi
studi d’incisione, registrate l’una nel 2003 e l’altra nel 2004: la
prima detta "Ledbelly session" accoglie l’act a ranghi completi con Josh
Weaver alla
chitarra e Melanie
Weaver al
basso e comprende le prime tre tracce, mentre la seconda "Hairy
Breakfast session" vede rimasti il batterista Lee Smith oltre al già
citato Pearson e ci lascia le conclusive quattro canzoni.
La proposta
musicale dei nostri sembra abbia procurato qualche problema di
tassonomia fra gli osservatori, la band si autodefinisce progressive
technical brutal metal, ma se la prima parte della definizione appare
calzante cogliendo nella musica dei nostri la commistione fra la
sperimentazione ritmica e le complesse architetture di animo progressive
accostate al manierismo cervellotico ed ai dissonanti riff atonali del
miglior technical death, un po' meno convincente e forse fuorviante è
l’inclusione nel sottogenere brutal. C’è da dire che mai la band cerca
la velocità fine a sé stessa, privilegiando piuttosto lo spunto
espressivo, tant’è che rari sono i blastbeats; poi perfino il growl,
seppur in puro stile death, non risulta profondo ed incomprensibile come
nel brutal. Caratteristiche queste che appaiono chiare fin dall’opener
Rising, traccia che si svolge su tempi del tutto umani,
con riff corposi ed efficaci, dove sopra al resto colpisce lo spastic
drumming dispari, preciso ed incessante, che si manterrà su alti livelli
per tutto il platter. Una vera perla sono i quattro minuti e quaranta
della seguente Freedom che alterna repentinamente riff
granitici di matrice sludge con accelerazioni death in maniera del tutto
imprevedibile, aggiungendo un breve intermezzo doom arpeggiato prima
dell’assalto finale: nel tutto spunta uno screaming affilato e ferale
che va ad affiancare l’ottimo growl. Veniamo all’incipit quadrato di
A deadly poison, che si evolve poi nello stile contorto del
technical death, con un fiume in piena di cambi di tempo e riff che si
susseguono senza sosta. Siamo giunti alla seconda parte del disco, che
risulta essere anche quella più aggressiva: ce ne dà prova
Axehandle che nel riproporci il consueto alternarsi di sfuriate
e rallentamenti possiede in ogni passaggio un’asprezza sconosciuta alle
tracce precedenti, sicuramente questa è un’altra canzone di spicco da
segnalare. Il lungo intro di due minuti al principio di
Thunderbolt non pesa per nulla, complici due chitarre
perfettamente armonizzate e mai noiose che esplodono poi in sfoghi
questa volta sì brutal, ma sempre ultra-tecnico, accompagnate da un
growl ulteriormente incattivito e raschiato. Il riff iniziale di
Though I fall è forse un po' troppo simile ad un paio d’idee
proposte nella song precedente, fatto che unito ad una conclusione
ingenuamente repentina rovina alquanto la godibilità di un episodio che
altrimenti sarebbe di tutto rispetto. A concludere troviamo
Unibrow, canzone sicuramente più impetuosa dell’intera
produzione, che ci mostra un gruppo in grado di sapersi esprimere
efficacemente mantenendo per tutto lo svolgimento un’attitudine estrema.
Passando alle note
dolenti bisogna segnalare che il platter, pur essendo ufficialmente un
full-length, ci regala effettivamente solo circa 27 minuti di musica, in
altre situazioni sarebbe istintivo esprimersi con veemenza contro un
disco di durata così striminzita, ma considerando le specifiche
vicissitudini della band che ha finito di registrare perdendo svariati
componenti lungo la strada e riuscendo ciononostante a regalarci un
lavoro decisamente interessante, si può anche sorvolare sul fatto che
magari tre o quattro tracce in più ci avrebbero fatto ancor più
contenti, rendendo probabilmente anche il disco ancor più memorabile. In
chiusura un’uscita elaborata ed ispirata, consigliata anche a chi non
ama il metal estremo. Per il resto rimanete sintonizzati per nuove
notizie dai TSU, Blaze ha fatto sapere che a breve ci saranno
novità e nuovo materiale, se il livello qualitativo sarà lo stesso è
garantito che ne sentiremo delle belle.
Daniel Djouder |