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THEOCRACY
Theocracy
epic
2003 - Metalages Records
(USA)
www.myspace.com/theocracyband

 

Pensate a quelli che considerate i dieci più geniali artisti metal degli ultimi dieci anni, bene, in questa lista ora toglietene uno a vostra scelta ed inserite Matt Smith, ragazzotto americano poco più che ventenne dai capelli lunghi e dalla faccia pulita, che senza alcun sostanziale aiuto nei suoi Theocracized Studios ha dato vita nell’anonimato, da one man band, ad un disco al limite (ma forse oltre) dell’inverosimile. Il nostro ha scritto tutte le musiche, le lyrics, ha registrato tutti le vocals, i cori, la ritmica, l’acustica e la lead guitar, il basso, le tastiere e le orchestrazioni, oltre ad aver programmato ottimamente la drum machine ed essersi occupato della produzione e del missaggio. Ma almeno logo, foto e la bellissima coverart li ha delegati ad altri! La produzione di questo "Theocracy", debut di ben 68 minuti, è ottima, potente e pulita, valorizza tutti i suoni; la padronanza strumentale è ineccepibile, le linee vocali sono ispirate e giostrano bene le varie tonalità, in particolare la sua ugola si trova perfettamente a proprio agio su quelle alte, mentre su quelle basse forse ha margini di miglioramento per quanto concerne l’espressività e il riempimento della scena sonora. I picchi di genialità di questo lavoro risiedono però in un songwriting estremamente vario ed originale, nonostante il genere heavy/power sinfonico con passaggi prog sia molto inflazionato di recente, ma soprattutto nelle emozionantissime melodie che al nostro scorrono nelle vene in una quantità assolutamente straordinaria, totalmente fuori dal comune. Menzione d’onore va fatta anche per l’impressionante lavoro di lyrics, di una profondità di fede, di una conoscenza empirica e teologica, di una forza e di una dolcezza, di una presa emotiva da rimanere stupefatti.

Apre l’album Prelude, un’orchestrazione barocca, pomposa ed imponente che si rifà alle note del maestro norvegese Grieg, in "Peer Gynt Suite" nel brano Solveig’s song, a cui succede Ichthus la quale riprende il motivo dell’intro in chiave power/heavy: imponenti sono i cori di cui, come dicevamo, lui stesso è il solo ed unico autore!. Ottimi acuti, riff heavy, grande padronanza tecnica e refrain che una volta metabolizzati impossibile escano più dalla testa. La terza track è The serpent’s kiss, composizione di oltre 11 minuti introdotta da sontuosi cori catchy su ritmiche power, a cui succede una lunga parte strumentale assai tecnica ed intrecciata ed una narrazione epica su un sottofondo di notizie televisive annuncianti eventi in cui il Male sembra diventare regista assoluto del divenire; si ritorna così all’heavy prepotente e melodico condito da diversi solos: chiude poi un epicissimo coro accompagnato da maestose tastiere sinfoniche. Altro giro ed altro fantastico pezzo in arrivo, Mountain, ove tastiere ad effetto organo preludono a poderosi riff, a ritmi lenti ed a struggenti melodie: clou emozionale, e non solo della song, è l'entusiasmante duetto tra una passionale ed infuocata voce ed il coro: da brividi! Nel finale Matt va altissimo e l'adrenalina viene giù come un torrente in piena. Giunge così la title-track, Theocracy: la sinfonia epicissima fa da proemio ad un power tecnico e andante con un refrain che seduce; d'improvviso però gli strumenti si placano e vanno a generare ritmiche basse dal mood cupo, le quali tuttavia sempre più risalgono alla luce implementando intensità fino a tornare al magico chorus suggellato qui da un lunghissimo acuto ed un'esplosione trionfante di backing vocals.

The healing hand, suite di 11:36, detiene la parte meno melodica del disco a ragione di un heavy tecnico, violento e cupo, almeno fino al ritorno delle dolci armonie: un lungo ed evocativo passaggio atmosferico di riff immaginifici e tastiere sapienti è solo una parentesi perché ecco di nuovo l’heavy orchestrale che assume poi sembianze power. Questo è di certo l'episodio della tracklist di più difficile digeribilità, causa un inatteso rintanamento delle melodie, le quali però riemergeranno sovrabbondanti e copiose in un gran finale ultra catchy. Sinner ha per tutta la sua durata un’impostazione fortemente sinfonica ed uno sviluppo chitarristico gothic-oriented, con cori imponenti; il finale è invece power, power che caratterizza a fondo il brano entrante, New Gerusalemme fatto di aperture sinfoniche decisamente epiche facenti da contorno al refrain composto da un coro che, inevitabilmente, riecheggerà nella vostra testa per giorni e giorni senza soluzione di continuità. The victory dance ci regala, come se non bastassero, un’altra sorpresa, ovvero momenti di purissimo folk! che aprono e chiudono una traccia di power tecnico ma ricco di cori. Chiude questo straordinario capolavoro Twist of fate, altra suite di oltre 11 minuti il cui attacco è di nuovo sorprendente: ambient sinistro ed inquietante con tuoni e cigolii di cardini!, dopo il quale irrompe coralità epica seguita da fasi pensierose, accenni elettronici, riff granitici con cantato aggressivo, power sinfonico irruento e cucito di fino. Chiude quest’esperienza quasi mistica dello sconvolgente debut album in questione un duetto tra lead vocal e cori che non riesco a non definire strappalacrime.

Non privatevi di questa dirompente esplosione sentimentale: oltre alle orecchie spalancate il cuore e lasciatevi commuovere da questa accalorata predicazione del nuovo profeta del white metal: Matt Smith, un talento in sovrappiù... al Signore stavolta è scappata la mano!

Vaake

VOTO

94

 

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