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Pensate a quelli
che considerate i dieci più geniali artisti metal degli ultimi dieci
anni, bene, in questa lista ora toglietene uno a vostra scelta ed
inserite Matt Smith, ragazzotto americano poco più che ventenne dai
capelli lunghi e dalla faccia pulita, che senza alcun sostanziale
aiuto nei suoi Theocracized Studios ha dato vita nell’anonimato, da
one man band, ad un disco al limite (ma forse oltre)
dell’inverosimile. Il nostro ha scritto tutte le musiche, le lyrics,
ha registrato tutti le vocals, i cori, la ritmica, l’acustica e
la lead guitar, il basso, le tastiere e le orchestrazioni, oltre ad
aver programmato ottimamente la drum machine ed essersi occupato
della produzione e del missaggio. Ma almeno logo,
foto e la bellissima coverart li ha delegati ad altri! La produzione di
questo "Theocracy", debut di ben 68 minuti, è
ottima, potente
e pulita, valorizza tutti i suoni; la padronanza strumentale
è ineccepibile, le linee vocali sono ispirate e giostrano bene le varie
tonalità, in particolare la sua ugola si trova perfettamente a proprio agio su
quelle alte, mentre su quelle basse forse ha margini di
miglioramento per quanto concerne l’espressività e il riempimento
della scena sonora. I picchi di genialità di questo lavoro risiedono però
in un songwriting estremamente vario ed originale, nonostante il
genere heavy/power sinfonico con passaggi prog sia molto
inflazionato di recente, ma soprattutto nelle emozionantissime
melodie che al nostro scorrono nelle vene in una quantità
assolutamente straordinaria, totalmente fuori dal comune. Menzione d’onore va fatta
anche per
l’impressionante lavoro di lyrics, di una profondità di fede, di una
conoscenza empirica e teologica, di una forza e di una dolcezza, di
una presa emotiva da rimanere stupefatti.
Apre l’album
Prelude, un’orchestrazione barocca, pomposa ed imponente
che si rifà alle note del maestro norvegese Grieg,
in "Peer Gynt Suite" nel brano Solveig’s
song,
a cui succede Ichthus la quale riprende il motivo dell’intro
in chiave power/heavy: imponenti sono i cori di cui, come
dicevamo, lui stesso è il solo ed unico autore!. Ottimi acuti, riff heavy, grande padronanza tecnica e refrain
che una volta metabolizzati impossibile escano più dalla testa. La terza track è
The serpent’s kiss, composizione di oltre 11 minuti
introdotta da sontuosi cori catchy su ritmiche power, a
cui succede una lunga parte strumentale assai tecnica ed intrecciata
ed una narrazione epica su un sottofondo di notizie televisive annuncianti eventi in cui il Male sembra diventare regista assoluto
del divenire; si ritorna così all’heavy prepotente e melodico condito
da diversi solos: chiude poi un epicissimo coro accompagnato da
maestose tastiere sinfoniche. Altro giro ed altro fantastico pezzo
in arrivo, Mountain, ove tastiere ad effetto organo
preludono a poderosi riff, a ritmi lenti ed a struggenti
melodie: clou emozionale, e non solo della song, è l'entusiasmante
duetto tra una passionale ed infuocata voce ed
il coro: da brividi! Nel finale Matt va altissimo e l'adrenalina
viene giù come un torrente in piena. Giunge così la title-track, Theocracy:
la sinfonia epicissima fa da proemio ad un power tecnico e andante
con un refrain che seduce; d'improvviso però gli strumenti si
placano e vanno a generare ritmiche basse dal mood cupo, le quali
tuttavia sempre più risalgono alla luce implementando intensità fino
a tornare al magico chorus suggellato qui da un lunghissimo acuto ed
un'esplosione trionfante di backing vocals.
The healing hand, suite di 11:36,
detiene la parte meno
melodica del disco a ragione di un heavy tecnico, violento e cupo,
almeno fino al ritorno delle dolci armonie: un
lungo ed evocativo passaggio atmosferico di riff immaginifici e
tastiere sapienti è solo una parentesi perché ecco di nuovo l’heavy
orchestrale che assume poi sembianze power. Questo è di certo
l'episodio della tracklist di più difficile digeribilità, causa un
inatteso rintanamento delle melodie, le quali però riemergeranno sovrabbondanti
e copiose in un gran finale ultra catchy. Sinner ha per
tutta la sua durata un’impostazione fortemente sinfonica ed uno
sviluppo chitarristico gothic-oriented, con cori imponenti; il finale
è invece power, power che caratterizza a fondo il brano entrante, New Gerusalemme
fatto di aperture sinfoniche
decisamente epiche facenti da contorno al refrain composto da un coro
che, inevitabilmente, riecheggerà nella vostra testa per giorni e
giorni senza soluzione di continuità. The victory dance ci regala, come se non
bastassero, un’altra sorpresa, ovvero momenti di purissimo folk! che
aprono e chiudono una traccia di power tecnico ma ricco di cori.
Chiude questo straordinario capolavoro Twist of fate,
altra suite di oltre 11 minuti il cui attacco è di nuovo
sorprendente: ambient sinistro ed inquietante con tuoni e cigolii di
cardini!, dopo il quale irrompe coralità epica seguita da fasi
pensierose, accenni elettronici, riff granitici con cantato aggressivo, power
sinfonico irruento e cucito di fino. Chiude quest’esperienza
quasi mistica dello sconvolgente debut album in questione un duetto tra lead vocal e cori che non riesco a non definire strappalacrime.
Non privatevi di questa dirompente
esplosione sentimentale: oltre alle orecchie spalancate il cuore e
lasciatevi commuovere da questa accalorata predicazione del nuovo
profeta del white metal: Matt Smith, un talento in sovrappiù... al
Signore stavolta è scappata la mano!
Valerio Mei |