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Premessa uno: non è facile recensire un gruppo così da
zero, digiuno di tutto ciò che ha fatto prima, anche se questa cosa
(forse) garantirà una certa "purezza di giudizio". Premessa due: se
questi simpatici ragazzi non avessero dichiarato la loro
cristianità, probabilmente questo album sarebbe in vendita in prima
fila nei migliori negozi. Giusto per far capire il valore di questo
Cd. La band suona fondamentalmente thrash tecnico, ma
arricchito di tante influenze dalla musica classica, al power, al doom.
La formazione del gruppo vede la fuoriuscita del chitarrista Aaron
Guerra, rimpiazzato per l'occasione da (almeno un po' di storia e qualche
pettegolezzo me li son letti) due ospiti d'eccezione quali Marty
Friedman e Bruce Franklin, i quali forniscono una prova di ottima
qualità con un lavoro mostruoso, e i lunghi soli, che si ascoltano lungo
tutto l'album, ne sono la prova.
I Tourniquet mi appaiono band
originale e basterebbe citare Drawn and quartered per
rendere l'idea della loro bravura: si apre con influenze di musica
classica, prosegue all'insegna del thrash più "sparato" e in mezzo ci
piazza uno stacchettino (come amo definire questi intermezzi) acustico
preso, probabilmente, dalla musica tradizionale delle loro zone, per poi
chiudersi di nuovo all'insegna della classica e tutto nello spazio di
quasi 9 minuti! Bel "rebelot", come si dice dalle mie parti "bel
casino", traducendo invece "non tutto sembra legato, nulla è fuori
posto". A questo punto mi ero incuriosito e la mia curiosità è
stata premiata. Infatti non contenti dei generi da loro presi in
prestito, ecco il power/speed (che a me non piace, ma che rivisto in
versione thrash ha tutto un altro sapore) di Restoring the locust
years, le sonorità doom di A ghost at the wheel e
In death we rise, e le influenze di musica orientale di
Healing waters of the Tigris. Tecnica, cambi di tempo,
miriadi di riffs diversi, soli da bava alla bocca (io sono chitarrista e
vi assicuro, vale la pena darci un ascolto approfondito), ma sempre
senza sacrificare l'aspetto melodico. Un discorso a parte per quella che
è la mia canzone preferita per l’immediatezza con cui mi ha colpito,
Architeuthis: doppia cassa per tutto l’imponente intro, fino
all’attacco heavy che diventa rapidamente qualcosa che può esser visto
come hardcore, per tipologia di voce e ritmiche.
Non è stato un disco facile, un po' è la mia prima
recensione, un po', lo ammetto, non è esattamente il mio genere. Le
sensazioni sono ottime e ti fanno venire voglia di ascoltare tutto il
percorso di questi ragazzi. Non vedo l’ora di sentire e, se Dio lo vuole
(e anche il caporedattore), recensire tutto ciò che hanno fatto e
faranno.
Luigi Cantamesse |