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TOURNIQUET
Where Moth And Rust Destroy
thrash
2003 - Metal Blade Records
(USA)
www.myspace.com/tourniquetrocks

 

Premessa uno: non è facile recensire un gruppo così da zero, digiuno di tutto ciò che ha fatto prima, anche se questa cosa (forse) garantirà una certa "purezza di giudizio". Premessa due: se questi simpatici ragazzi non avessero dichiarato la loro cristianità, probabilmente questo album sarebbe in vendita in prima fila nei migliori negozi. Giusto per far capire il valore di questo Cd. La band suona fondamentalmente thrash tecnico, ma arricchito di tante influenze dalla musica classica, al power, al doom. La formazione del gruppo vede la fuoriuscita del chitarrista Aaron Guerra, rimpiazzato per l'occasione da (almeno un po' di storia e qualche pettegolezzo me li son letti) due ospiti d'eccezione quali Marty Friedman e Bruce Franklin, i quali forniscono una prova di ottima qualità con un lavoro mostruoso, e i lunghi soli, che si ascoltano lungo tutto l'album, ne sono la prova.

I Tourniquet mi appaiono band originale e basterebbe citare Drawn and quartered per rendere l'idea della loro bravura: si apre con influenze di musica classica, prosegue all'insegna del thrash più "sparato" e in mezzo ci piazza uno stacchettino (come amo definire questi intermezzi) acustico preso, probabilmente, dalla musica tradizionale delle loro zone, per poi chiudersi di nuovo all'insegna della classica e tutto nello spazio di quasi 9 minuti! Bel "rebelot", come si dice dalle mie parti "bel casino", traducendo invece "non tutto sembra legato, nulla è fuori posto". A questo punto mi ero incuriosito e la mia curiosità è stata premiata. Infatti non contenti dei generi da loro presi in prestito, ecco il power/speed (che a me non piace, ma che rivisto in versione thrash ha tutto un altro sapore) di Restoring the locust years, le sonorità doom di A ghost at the wheel e In death we rise, e le influenze di musica orientale di Healing waters of the Tigris. Tecnica, cambi di tempo, miriadi di riffs diversi, soli da bava alla bocca (io sono chitarrista e vi assicuro, vale la pena darci un ascolto approfondito), ma sempre senza sacrificare l'aspetto melodico. Un discorso a parte per quella che è la mia canzone preferita per l’immediatezza con cui mi ha colpito, Architeuthis: doppia cassa per tutto l’imponente intro, fino all’attacco heavy che diventa rapidamente qualcosa che può esser visto come hardcore, per tipologia di voce e ritmiche.

Non è stato un disco facile, un po' è la mia prima recensione, un po', lo ammetto, non è esattamente il mio genere. Le sensazioni sono ottime e ti fanno venire voglia di ascoltare tutto il percorso di questi ragazzi. Non vedo l’ora di sentire e, se Dio lo vuole (e anche il caporedattore), recensire tutto ciò che hanno fatto e faranno.

Luigi Cantamesse

VOTO

83

 

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