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Quali note di apertura ci si aspetterebbe da un album che ha in
copertina nient'altro che la scritta Troglodyte Dawn ed in
cui capeggia incontrastato un primate nei pressi di una grotta?
Esatto!, ed è proprio sulla falsariga di "2001: Odissea nello spazio"
che esordisce l'opener 667, per lo più un ambient
di 1:40.
Il progetto Troglodyte Dawn è stato partorito dalla
mente di Randy Michaud, one man band che si è avvalso in quest'opera prima della collaborazione di diversi guest. La release è
molto underground, pur vantando addirittura una label, la
sconosciuta Stone Groove
Records, ma nel complesso il lavoro è discreto, peccando oltretutto
di netto a livello di suono di produzione. Il sound dell'act
statunitense è un heavy/stoner/doom
di blacksabbathiana memoria, e ciò Randy non lo nasconde affatto
dato che la quinta Forever after è una parodia
cristianizzata di After forever della celeberrima band
di Birmingham capitanata da Ozzy Osburne. L'esecuzione del nostro è
sempre apprezzabile, sia a livello strumentale che vocale, dove
propugna un costante riecheggio effettato che si fa apprezzare per tutti i
ben 52 minuti di estensione del Cd, però mai di livello eccelso e
per giunta guastata da una produzione, come dicevamo, piuttosto mediocre.
Buono invece il lavoro di lyrics, le quali nel booklet riportano i puntuali riferimenti biblici da cui
mutuano.La prima vera canzone è Fallen world (che,
ci dicono le stampe, include anche Human race), circa
9 minuti e mezzo di heavy/doom, corposo o soffuso, dal bell'effetto
riecheggiante, dall'intonata voce di Randy, dai refrain intelligenti.
Parti doom ed altre più heavy andanti si dividono ulteriormente il
palco acustico; molto ben eseguito è l'assolo.
Redeemed è molto simpatica, solare e resa ancora più allegra
dall'effetto live di una folto pubblico esaltato che acclama ad ogni
nota...happy metal se ce n'è uno. Longing è un dolce
ambient notturno supportato da un altrettanto dolce riff, anche se
poi con l'andare la tensione nella traccia sale. Detto di
Forever after eccoci a Flower, costruita
attorno a poche note, vi si apportano nei 6:05 minuti di durata solo
cambi di intensità, non di sound. Dood è una stranezza
di synth, voci e strumenti esotici, mentre l'ottava lunghissima
(10:35) Lust (la quale ingloba Testimony
e anche Droon) alterna heavy robusto, doom, fasi più
accelerate e si apprezza per le buone linee vocali nonchè per il
lavoro di lead guitar e di solos. Segue Look on the cross,
bella canzone in cui prevalgono melodia e lenti assoli. Chiude
un'altra ambient, Dawn, dove un saggio uso di synth
genera molto pathos per tutti i cinque minuti che dura.
L'intuizione Troglodyte Dawn si propone dunque in modo
accattivate:
speriamo solo riesca col tempo a professionalizzarsi maggiormente
dandoci la possibilità di gustare le buone idee con un suono più
adeguato.
Vaake |