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Questo omonimo è l'ultimo lavoro in cui i Trouble possono
essere definiti una white band a pieno titolo; della zelante cristianità dei tre
predecessori non più di tanto qui resta, ma qualche residuo è
percepibile, residuo che però poi scomparirà definitivamente nel
nuovo corso della band caratterizzato da diversi cambi di line-up al
basso e alla batteria, anche se il nucleo formato dal singer Eric
Wagner nonchè dagli axemen Bruce Franklin e Rick Wartell è rimasto
invariato. I Trouble sono tutt'ora attivi e, in attesa del
nuovo album studio, sono recentissimamente usciti con un Dvd live: i
due full-length che hanno seguito il disco che stiamo prendendo in
esame si staccano dunque in modo piuttosto netto e definitivo dal
panorama christian metal.
In questo che è l'album di transizione, e forse il loro migliore,
cambia anche il sound della band di Chicago che dal
tipico doom/heavy blacksabbathiano anni '80 si evolve maggiormente verso
lo stoner: molto presenti sono anche sonorità hard rock, e
subito ce ne rendiamo conto ascoltando l'iniziale At the end
of my daze aperta proprio da un riffing tipicamente hard
rock seguito da un blando heavy dal cantato acuto. Evocativa e
nostalgica è l'apertura di The wolf che nella
struttura compositiva alterna momenti heavy veloci ma non pesanti
con fasi più propriamente hardrockettare: tre sono gli assoli
presenti nella traccia e viscerale è a tratti l'interpretazione al
microfono di Eric Wagner. Traccia completamente heavy è
Psychotic reaction, e quindi la tonalità vocale si adegua:
da alta che era qui si fa rauca; ben fatti, come felice
consuetudine, gli assoli, il secondo in particolare, da segnalare la
presenza di un refrain, presente poi anche nella subentrante
doom-track A sinner's fame, infarcita anch'essa di
numerosi guitar solos oltre che da una timida melodia malinconica.
Il capolavoro dell'album è sicuramente la traccia che viene,
The misery shows (Act II). Melodia e sound da ballad, la
voce è profonda il chorus è mieloso: fin qui niente di strano, ma
improvvisamente si affacciano nel songwritng oltre a break heavy
aggressivi lunghissimi tributi pinkfloydiani che sorprendono
(positivamente) non poco! 7 minuti e 20 di emozioni.
Riffoni doom cupi e poderosi, heavy tirato e poi esplosivo,
complessità arrangiamentale, danno vita a R.I.P.,
mentre un heavy dal corposo cantato si alterna ad un allegro hard
rock nella settima Black shapes of doom. Heaven
on my mind è caratterizzata da un heavy infarcito di vaghe
melodie, di riff rocciosi, di backing vocals, di lunghi ed
articolati solos ed anche qui di rimandi ai Pink Floyd.
Possente e complesso è l'heavy style di E.N.D. dove
infuocata è la prestazione del singer. A chiudere troviamo All
is forgiven, heavy/doom in cui principesco è il lavoro alle
sei corde di Wartell e Franklin. Quarantadue minuti, per concludere,
di metal old-school che delizieranno non pochi palati fini.
Vaake
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