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Gli Ultimatum sono cinque appassionati
christian thrashsters da Albuquerque, nel New Mexico, che con "The Mechanics Of Perilous Times" firmano il terzo full-length della storia
del sodalizio. Tanta passione profusa non necessariamente porta frutti
prelibati e questo ne è, ahimè, un esempio. Prima di analizzarne i perchè
uno sguardo alle lyrics: da "ortodossi" protestanti non mancano critiche
al sistema gerarchico cattolico reo farsi mediatore tra l'uomo e
la Divinità, prediligendo loro invece l'instaurare un rapporto
spirituale libero e diretto con Dio, fondato sulla Scrittura (Temple
of the Spirit); antidarwinismo pro creazionismo, ipotesi epistemologica
ancora in voga qui e là negli States (Shroud of science); critica
serrata alla Generation X di Mtv ed invito a questa ad aprire il Libro dei
libri per capire il vero senso della vita (Perilous times); tematiche spirituali, salvifiche e cristologiche
più classiche espresse in modo non troppo articolato ma intenso ed irruento.
Arriviamo così al discorso musicale, e qui inizia a
farsi piuttosto scura. Il genere propugnato dal quintetto è un classicissimo thrash di fine eighties
composto con buon gusto e lodevole varietà, ma che risulta sconfitto in tre grandi
battaglie. La prima, il cantato: il falsetto screameggiante del singer
Scott Waters, anche Once Dead, non convince proprio ed incappa in
passaggi interpretativi sballati se non addirittura fastidiosi - vedi
Perilous times ma anche The purging. La
seconda, l'esecuzione: bene a livello di intelaiatura ritmica ma quando
si tratta di guitar solos cominciano i problemi: Robert Gutierrez e
Steve Trujillo risultano molto alterni proponendo buonissimi spunti ma
anche banalità non scevre di pecche esecutive. La terza, devastante, la
produzione: francamente quasi impresentabile, soprattutto nella
registrazione del drumming; brutti suoni, pulizia sconosciuta, potenza
completamente dispersa. Molto, troppo, sotto uno standard qualitativo
accettabile.
Ciononostante l'interesse verso "The Mechanics Of Perilous Times"
riesce ad essere destato in più occasioni, quantomeno dopo diversi
ascolti di metabolizzazione. Ad esempio la presenza del growl nell'opener
Temple of the Spirit ma non solo; le atmosfere ricche di
tensione nell'attacco di Greed Regime Inc., la quale
ammassa in sette minuti e mezzo melodie di refrain, assoli affilati e
riffing cavalcanti; le bordate, le sfuriate e l'ispirato drumming
ritmico di The purging; le pause e le riprese violente in
Crash course; le atmosfere cupe e rallentate ed il buon
guitar work di Burn. L'episodio migliore è però, e forse
la cosa è abbastanza imbarazzante, la strumentale MutalMitlu,
fatta di soffuse atmosfere inquiete, riff dolce e sognante, sound
nervoso, sfuriate tecniche seppur non veloci e inattesi notevoli solos.
Tirando le somme: produzione men che mediocre, ma al contempo anche
discrete intuizioni. Nel complesso una sufficienza risicata non me la
sento di negarla, ma fondata sulla speranza che nel futuro le varie
(ampie) falle siano state turate.
Valerio Mei
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