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Ne hanno fatta di strada gli Underoath. Dai
loro primi due album "Act Of Depression" e "Cries Of The Past",
caratterizzati da un sound "blackcore", al loro geniale e sperimentale
"The Changing Of Times", per poi passare al più melodico "They’re
Only Chasing Safety" fino a tornare più aggressivi che mai col
distruttivo "Define The Great Line". Ed è con quest’ultimo che
gli Underoath finalmente definiscono il loro sound. Quasi subito
dopo aver annunciato l'entrata in studio, gli 'oath danno subito
la notizia che il nuovo album è finito, preannunciato dal gruppo come
una versione più aggressiva, sperimentale e oscura di "Define The
Great Line". L’attesa è stata dura, anzi durissima, il tempo non
passava mai. Ma eccolo, finalmente, il nuovo Cd: "Lost In The Sound
Of Separation". Un concept album, in un certo senso. Ogni pezzo
racconta esperienze dello screamer Spencer Chamberlain nella droga, e di
come Dio lo ha salvato, come cantato detto nella closer Desolate
earth :: The end is here: "I found hope / I found God / I found
the dreams of the believers / Oh God, save us all".
Esaminando le tracce, l'opener Breathing in a
new mentality ingannerebbe chiunque! Apre in modo basso e
leggero (e vi consiglio di non alzare il volume), per poi esplodere con
le vocals incavolate di Spencer Chamberlain, un ottimo lavoro di
chitarre, una batteria spettacolare, e qualche sfumatura di elettronica,
come solo gli Underoath possono proporre. Segue quella che,
secondo me, è la migliore track del platter, Anyone can dig a hole,
but it takes a man to call it home, con dei bei ritmi ed un
basso distorto in primo piano. Qua troviamo anche un buon uso delle
vocals pulite di Aaron Gillespie. A fault line, a fault of mine
invece calma un po’ l’album, con un maggiore utilizzo di vocals clean,
in stile emocore, per poi passare a sonorità più oscure con
Emergency broadcast :: The end is near, che propone anche un bel
tocco di post-metal. Con The only survivor was miraculously
unharmed, seconda traccia apparsa sul loro myspace, gli
Under’ ci propongono uno dei brani più aggressivi di tutto il loro
repertorio. Pezzo ottimo, però lascia a desiderare la scelta di
utilizzare vocals emo-style, mentre l’utilizzo della corale la gradisco
molto. Senza pause, seguono We are the involuntary,
leggermente più "calma", e The created void, che è la
ballad. In questo caso le vocals di Aaron ci stanno benissimo,
intrecciandosi alla grande con gli scream esasperati di Spencer. Dopo
questo episodio melodico, si torna aggressivi con Coming down is
calming down e il singolo Desperate times desperate
measures. Quest’ultimo sa molto di In regards to myself
mischiato con Writing on the wall dal loro album
precedente. La melodia è orecchiabile e vi assicuro che vi rimarrà in
testa per giorni. I due episodi finali sono Too bright to see, too
loud to hear e il già nominato Desolate earth :: The end
is hear: il primo è un bellissimo lento melodico, mentre il
secondo è un semi-musicale, che fa da ottima conclusione all’opera,
tranne per il fatto che chiude troppo improvvisamente, lasciando un po’
l’amaro in bocca.
Con questo disco gli Underoath non solo ci
propongono quello che è sicuramente l’album migliore dell’anno, ma anche
uno degli album migliori in campo metalcore. Ce n’è per tutti qui! La
musica è eccezionale, è esattamente (o quasi) come l’avevano
preannunciata: un "Define The Great Line" annerito. Ogni membro
del gruppo lavora in modo eccezionale. Ognuno ha la sua parte, anche
durante il caos più assoluto. Restano solo due cose da dire: gli
Underoath ce l’hanno fatta di nuovo, e fate vostro questo Cd al più
presto!
Christopher Warman
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