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UNDEROATH
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The Changing Of Times
 
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They're Only Chasing Safety
 
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Define The Great Line
 
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Survive Kaleidoscope
 
 

 

UNDEROATH
Lost In The Sound Of Separation
post-hardcore
2008 - Solid State Records
(USA)
www.myspace.com/underoath

 

Ne hanno fatta di strada gli Underoath. Dai loro primi due album "Act Of Depression" e "Cries Of The Past", caratterizzati da un sound "blackcore", al loro geniale e sperimentale "The Changing Of Times", per poi passare al più melodico "They’re Only Chasing Safety" fino a tornare più aggressivi che mai col distruttivo "Define The Great Line". Ed è con quest’ultimo che gli Underoath finalmente definiscono il loro sound. Quasi subito dopo aver annunciato l'entrata in studio, gli 'oath danno subito la notizia che il nuovo album è finito, preannunciato dal gruppo come una versione più aggressiva, sperimentale e oscura di "Define The Great Line". L’attesa è stata dura, anzi durissima, il tempo non passava mai. Ma eccolo, finalmente, il nuovo Cd: "Lost In The Sound Of Separation". Un concept album, in un certo senso. Ogni pezzo racconta esperienze dello screamer Spencer Chamberlain nella droga, e di come Dio lo ha salvato, come cantato detto nella closer Desolate earth :: The end is here: "I found hope / I found God / I found the dreams of the believers / Oh God, save us all".

Esaminando le tracce, l'opener Breathing in a new mentality ingannerebbe chiunque! Apre in modo basso e leggero (e vi consiglio di non alzare il volume), per poi esplodere con le vocals incavolate di Spencer Chamberlain, un ottimo lavoro di chitarre, una batteria spettacolare, e qualche sfumatura di elettronica, come solo gli Underoath possono proporre. Segue quella che, secondo me, è la migliore track del platter, Anyone can dig a hole, but it takes a man to call it home, con dei bei ritmi ed un basso distorto in primo piano. Qua troviamo anche un buon uso delle vocals pulite di Aaron Gillespie. A fault line, a fault of mine invece calma un po’ l’album, con un maggiore utilizzo di vocals clean, in stile emocore, per poi passare a sonorità più oscure con Emergency broadcast :: The end is near, che propone anche un bel tocco di post-metal. Con The only survivor was miraculously unharmed, seconda traccia apparsa sul loro myspace, gli Under’ ci propongono uno dei brani più aggressivi di tutto il loro repertorio. Pezzo ottimo, però lascia a desiderare la scelta di utilizzare vocals emo-style, mentre l’utilizzo della corale la gradisco molto. Senza pause, seguono We are the involuntary, leggermente più "calma", e The created void, che è la ballad. In questo caso le vocals di Aaron ci stanno benissimo, intrecciandosi alla grande con gli scream esasperati di Spencer. Dopo questo episodio melodico, si torna aggressivi con Coming down is calming down e il singolo Desperate times desperate measures. Quest’ultimo sa molto di In regards to myself mischiato con Writing on the wall dal loro album precedente. La melodia è orecchiabile e vi assicuro che vi rimarrà in testa per giorni. I due episodi finali sono Too bright to see, too loud to hear e il già nominato Desolate earth :: The end is hear: il primo è un bellissimo lento melodico, mentre il secondo è un semi-musicale, che fa da ottima conclusione all’opera, tranne per il fatto che chiude troppo improvvisamente, lasciando un po’ l’amaro in bocca.

Con questo disco gli Underoath non solo ci propongono quello che è sicuramente l’album migliore dell’anno, ma anche uno degli album migliori in campo metalcore. Ce n’è per tutti qui! La musica è eccezionale, è esattamente (o quasi) come l’avevano preannunciata: un "Define The Great Line" annerito. Ogni membro del gruppo lavora in modo eccezionale. Ognuno ha la sua parte, anche durante il caos più assoluto. Restano solo due cose da dire: gli Underoath ce l’hanno fatta di nuovo, e fate vostro questo Cd al più presto!

Christopher Warman

VOTO

90

 

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