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Che l'humus dell'underground delle terre
amazzoniche sia (anche) artisticamente assai fertile non lo scopriamo
certo ora, semmai ne abbiamo incessante conferma, e il caso degli
sconosciutissimi Valheron non fa eccezione. Solo project dell'ispirato,
anche se non tecnicissimo, compositore, vocalist e polistrumentista
Gilliardy Souza, a seguito dell'omonimo debut Ep del 2002 eccoci al cospetto di
un album completo di toccante fascino. Sonoro discreto, il sound è un
black down tempo estremamente votato all'ambient e nel complesso l'opera sfornata
riesce a coinvolgere ed emozionare, nonostante gli incontestabili limiti
intrinseci dovuti alla semiamatorialità della produzione.
I nove pezzi proposti riescono tutti a tenere alto
l'aplomb emozionale, a partire dall'episodio introduttivo, When you
born again, dark ambient sintetico e tastierosità sinfoniche,
l'atmosfera è sorrow decadente, il baritono fraseggia con uno screaming caustico
all'interno di un giro black melodico ipnotico. Acqua che scorre, ambient
forestale, e poi folate di vento, infine tuoni e tempesta: il riff che
segna Water passing è sognante e pacifico nonostante il buio che tutto
avvolge. Con Today we suffer torna il black tastieroso e mid-tempo,
di contro nella proferente sontuosa fede My life in Your kingdon è il growl
sussurrato a incastonarsi tra fascinose cupe sinfonie: il finale è
ambient solare in stridente giustapposizione con il turbante rombo dei
tuoni. Attracchiamo al pezzone da quasi dieci minuti, The death of
Steve,
black/doom antestoriano (quello di "The Return Of The Black Death")
e recitato in clean dai toni straziati (la qualità però non convince)
per una song che appare essere a Gilliardy evidentemente molto cara.
Lifes that wasn't
leaved è simile alla precedente, cambiano solo i giri armonici,
Valheron è un trascendente ambient glorioso tra cinguettii, onde che si
infrangono sugli scogli ed un pianoforte drammatico: il clean è in
stile My Dying Bride per una traccia solare eppur vibrante nella sua
irrequietezza. In Religion puppets that illudes compare una female vocal
che si interseca con un clean maschile all'interno di una spoken part in
down tempo black, carico di tensione e incupito ancor più da un distortissimo growl
ringhiate. Giungiamo così alla finale In the valley of death, dove il
vento fa rintoccare le campane, dove il sound è black/doom con tappeto
tastieroso, dove il baritono anticipa la "declamatio" finale in screaming,
annunciatrice di morte.
Ormai introvabile in Cd, tuttavia se vi prendete la
briga di scandagliare il Web qualcosa trovate. Per chi ama l'ambient e
le toccanti atmosfere black doom da sanguinante cuore in mano allora il
gioco vale la candela, per un lavoro che quanto ad emozioni sa, e bene,
il fatto suo.
Vaake
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