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VALHERON
In The Valley Of Death
unblack
2003 - Self
(Brasile)
n.d.

 

Che l'humus dell'underground delle terre amazzoniche sia (anche) artisticamente assai fertile non lo scopriamo certo ora, semmai ne abbiamo incessante conferma, e il caso degli sconosciutissimi Valheron non fa eccezione. Solo project dell'ispirato, anche se non tecnicissimo, compositore, vocalist e polistrumentista Gilliardy Souza, a seguito dell'omonimo debut Ep del 2002 eccoci al cospetto di un album completo di toccante fascino. Sonoro discreto, il sound è un black down tempo estremamente votato all'ambient e nel complesso l'opera sfornata riesce a coinvolgere ed emozionare, nonostante gli incontestabili limiti intrinseci dovuti alla semiamatorialità della produzione.

I nove pezzi proposti riescono tutti a tenere alto l'aplomb emozionale, a partire dall'episodio introduttivo, When you born again, dark ambient sintetico e tastierosità sinfoniche, l'atmosfera è sorrow decadente, il baritono fraseggia con uno screaming caustico all'interno di un giro black melodico ipnotico. Acqua che scorre, ambient forestale, e poi folate di vento, infine tuoni e tempesta: il riff che segna Water passing è sognante e pacifico nonostante il buio che tutto avvolge. Con Today we suffer torna il black tastieroso e mid-tempo, di contro nella proferente sontuosa fede My life in Your kingdon è il growl sussurrato a incastonarsi tra fascinose cupe sinfonie: il finale è ambient solare in stridente giustapposizione con il turbante rombo dei tuoni. Attracchiamo al pezzone da quasi dieci minuti, The death of Steve, black/doom antestoriano (quello di "The Return Of The Black Death") e recitato in clean dai toni straziati (la qualità però non convince) per una song che appare essere a Gilliardy evidentemente molto cara. Lifes that wasn't leaved è simile alla precedente, cambiano solo i giri armonici, Valheron è un trascendente ambient glorioso tra cinguettii, onde che si infrangono sugli scogli ed un pianoforte drammatico: il clean è in stile My Dying Bride per una traccia solare eppur vibrante nella sua irrequietezza. In Religion puppets that illudes compare una female vocal che si interseca con un clean maschile all'interno di una spoken part in down tempo black, carico di tensione e incupito ancor più da un distortissimo growl ringhiate. Giungiamo così alla finale In the valley of death, dove il vento fa rintoccare le campane, dove il sound è black/doom con tappeto tastieroso, dove il baritono anticipa la "declamatio" finale in screaming, annunciatrice di morte.

Ormai introvabile in Cd, tuttavia se vi prendete la briga di scandagliare il Web qualcosa trovate. Per chi ama l'ambient e le toccanti atmosfere black doom da sanguinante cuore in mano allora il gioco vale la candela, per un lavoro che quanto ad emozioni sa, e bene, il fatto suo.

Vaake

VOTO

73

 

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